Da Antonveneta ai dossier illeciti Telecom, da Vallettopoli all’inchiesta sulla P4, dall’archivio Genchi alla Trattativa. L’esigenza di mettere mano alle intercettazioni manifestata da Monti in seguito al “caso Napolitano” è solo l’ultima puntata. Da anni, ogni volta che la politica entra nelle inchieste – con la pubblicazione delle relative intercettazioni che, se non penalmente rilevanti, sono comunque di interesse pubblico – la legge per regolamentarle diventa l’argomento preferito dei parlamentari. Pronti a sottrarre uno strumento di indagine agli inquirenti e a mettere il bavaglio ai giornalisti. E non c’è crisi finanziaria che tenga.

Era l’estate dei furbetti del quartierino, quella del 2005, quando il dibattito politico si infuocò per le intercettazioni pubblicate – compresi gli sms personali della signora Anna Falchi al promesso sposo Stefano Ricucci – tra banchieri, politici e imprenditori, soprattutto immobiliaristi. Il risiko bancario in fermento, con i casi Antonveneta e Bnl-Unipol, fecero scoprire all’Italia un governatore della Banca d’Italia – Antonio Fazio – e un banchiere – Giampiero Fiorani – complici. Così tanto che quando l’allora numero uno di Palazzo Koch informò l’amico di aver firmato il via libera all’offerta pubblica d’acquisto a favore dell’allora Banca Popolare di Lodi che estrometteva gli olandesi di Abn Amro, il secondo disse al primo: “Ti bacerei in fronte”. Tutto intorno una pletora di parlamentari che brigavano oppure facevano il tifo. 

Ebbene, il 2 agosto 2005 ben nove proposte di legge vengono presentate in Parlamento. C’è quella, a prima firma di Antonino Caruso dell’allora Alleanza Nazionale, che prevede addirittura che solo in casi particolarmente gravi o urgenti le autorizzazioni alle intercettazioni possano essere concesse dal presidente della corte d’Assise e dal gip. C’è la proposta di legge firmata da Luigi Zanda (Dl) e Guido Calvi (Ds) che invoca una specifica udienza, distinta da quella preliminare. Naturalmente c’è chi propone una commissione d’inchiesta, come Osvaldo Napoli oggi Pdl, oppure l’obbligo di un’informativa del governo ogni sei mesi in materia di intercettazioni di Francesco Cossiga. Enrico Nan, Forza Italia all’epoca, vorrebbe che i pm ogni anno fornissero al ministero della Giustizia l’elenco delle persone controllate tramite le intercettazioni. Sono giorni difficili in cui, per esempio, lo staff di Romano Prodi, candidato premier, deve smentire colloqui con Ricucci. E’ il periodo in cui circolano i nomi dell’allora segretario Ds Piero Fassino che, captato al telefono con il numero uno di Unipol Giovanni Consorte, dice: “Abbiamo una banca?”. Frase poi pubblicata da Il Giornale (dicembre 2005) quando ancora non era stata depositata. Negli stessi mesi circolano i nomi di Massimo D’Alema e Nicola Latorre tra i parlamentari della Repubblica intercettati. Così Silvio Berlusconi annuncia un disegno di legge bollando come “scandalosa” la diffusione delle conversazioni. Che lui per primo – secondo i pm e le testimonianze – aveva contribuito a diffondere: Berlusconi è infatti sotto processo per aver fornito il nastro Fassino-Consorte al giornale della sua famiglia.

Le preoccupazioni della politica sono così forti che il presidente del Tribunale di Milano, Vittorio Cardaci, deve rispondere via fax a una richiesta di chiarimenti arrivata dal presidente della Camera, Pier Ferdinando Casini. Il 7 settembre le proposte di legge sono già al vaglio della commissione Giustizia tra le proteste di magistrati e giornalisti. 

Un anno dopo scoppia il caso dei dossier illeciti “fabbricati” per Telecom e Pirelli da investigatori privati con i soldi delle due società e attraverso il capo della security Telecom Giuliano Tavaroli, ex sottufficiale dell’Arma dalla carriera fulminante sotto l’egida di Marco Tronchetti Provera. Nei fascicoli di Tavaroli&Co. ci sono tutti: calciatori, politici, imprenditori, giornalisti. Le informazioni, raccolte da fonti aperte ma anche catturate da archivi come l’anagrafe tributaria o il casellario giudiziario, finiscono tutti in file a disposizione di Tavaroli. Incursioni nella vita privata e non solo anche di concorrenti con veri e propri attacchi informatici portati a segno dalla squadretta informatica del gruppo “Tiger Team”. Si parla erroneamente anche di intercettazioni abusive. E proprio questo equivoco, smentito invano a più riprese dalla Procura di Milano, porta alla legge, da alcuni considerata un mostro giuridico, che prevede la distruzione del materiale – informazioni e altro – raccolto illecitamente.

Insomma, tutto il Parlamento, spaventato dalla possibilità di essere stato ascoltato illecitamente da un grande orecchio, vota una legge poi finita davanti alla Corte Costituzione e parzialmente dichiarata illegittima. Anche per questo scandalo si moltiplicano le proposte di legge e la richiesta di commissioni di inchiesta come quella invocata dai senatori dell’Ulivo guidati dal giornalista Antonio Polito. E’ il 7 giugno 2006. Pochi giorni dopo si aggiungono le adesioni di Forza Italia, An, Rifondazione, Udc, Comunisti italiani, Autonomie, Dc, Movimento per le autonomie e Gruppo misto. Mai argomento era stato così condiviso da destra a sinistra.

Ad arroventare il clima arriva un’altra inchiesta milanese, quella sul sequestro dell’imam egiziano a Milano Abu Omar. In carcere finiscono i vertici del Sismi e sotto inchiesta lo stesso numero uno Niccolò Pollari. Molte le intercettazioni che riguardavano gli 007 italiani. Motivo per cui la politica non può fare a meno di intervenire nuovamente. Poco dopo arriva il caso Vallettopoli e nel mirino finisce la Procura di Potenza. Prostituzione e showgirl, droga e agenti di vip, e poi fotografi e tutto mondo della televisione italiana – sottobosco compreso – viene alla luce nelle conversazioni di indagati e non. Nel frullatore finisce anche il portavoce di Prodi, Silvio Sircana, fotografato mentre chiedeva una informazione per strada a un trans. 

Dopo la chiusura dell’inchiesta Antonveneta e con il deposito da parte del gip di Milano Clementina Forleo delle intercettazioni che coinvolgevano ben 73 parlamentari, nell’estate del 2007 le polemiche e la tentazione del bavaglio ritornano prepotenti. Viene approvato alla Camera, il 17 aprile, il ddl Mastella che vieta la pubblicazione delle conversazioni fino alla chiusura delle indagini con una pena dai 6 mesi e fino a 3 anni e il procuratore che diventa responsabile dell’archivio (il provvedimento non diventerà legge perché il governo cadrà prima di completare l’iter). Sulla questione intercettazioni viene investita nuovamente la Corte Costituzionale che il 27 ottobre 2007 boccia invece parte della legge Boato (2003) e l’ipotesi di distruzione delle intercettazioni dei parlamentari. A dicembre le intercettazioni dello scandalo sono quelle della Procura di Napoli. Emergono le telefonate Berlusconi-Saccà, con il premier che finisce indagato (e poi archiviato) per corruzione per raccomandazioni di attrici nelle fiction della Rai.

Tra il 2008 e il 2009 l’archivio “Genchi”, il megacontenitore di tabulati telefonici raccolti da Giocchino Genchi durante l’attività di consulente svolta in diverse inchieste giudiziarie tra cui “Why not”, torna a far dibattere la politica sul tema delle intercettazioni; tra politici ed ex ministri, uno dei quali l’ex Guardasigilli Clemente Mastella, nessuno sembra essere sfuggito. Si parla di nuovo di un disegno di legge. Per difendere lo strumento investigativo e la libertà di stampa si mettono sulla bilancia le inchieste di terrorismo interno e internazionale, indagini sulla sanità e anche Tangentopoli come fa Antonio Di Pietro. La legge Boato finisce nuovamente davanti alla Corte Costituzionale, questa volta l’inchiesta è romana e vede coinvolto l’ex ministro Alfonso Pecoraro Scanio

Seguono l’inchiesta di Bari sulle escort “fornite” al premier dall’imprenditore Giampaolo Tarantini (e vengono pubblicata le registrazioni della escort Patrizia D’Addario che aveva “registrato” il premier dopo una notte a Palazzo Grazioli), quella sulla cricca e gli appalti del G8, c’è poi lo scandalo Agcom con le pressioni del premier per “chiudere” la trasmissione di Michele Santoro “Annozero”. Mentre prosegue il cammino del ddl – che prevedeva tra l’altro limiti di tempo, il divieto di pubblicazione con il carcere per i giornalisti, modifiche alla competenza –  il 25 marzo del 2010 arriva lo stop della Consulta alle intercettazioni casuali dei parlamentari. Ma è il 2010 l’anno delle tantissime manifestazioni di piazza contro il bavaglio, dei cittadini che protestano, dei quotidiani che difendono anche con una prima pagina bianca il diritto a informare e sulle intercettazioni che il rapporto tra Gianfranco Fini, presidente della Camera, e Silvio Berlusconi, premier, comincia a scalfirsi. Dopo lunghe trattative, il Pdl approva in commissione alla Camera gli emendamenti proposti dalla presidente Giulia Bongiorno, finiana. Il Cavaliere mastica amaro e dice che la legge da lui fortemente voluta è stata ”massacrata”.

E’ l’estate dell’anno scorso quando l’inchiesta sulla P4, come un riflesso pavloviano, impone alla politica – che nel frattempo ha approvato al Senato il ddl senza riuscire a farlo arrivare alla Camera – di ritornare sull’argomento. Poi arriva il caso Ruby (autunno 2011) e la scoperta delle “cene eleganti” ad Arcore e le intercettazioni, tra cui quelle in cui per caso viene intercettato anche Berlusconi, fanno esplodere una nuova violentissima polemica. Ma è con il deposito da parte del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano di un ricorso alla Corte Costituzionale, il 30 luglio scorso, che la questione sembra esplodere definitivamente. La Procura di Palermo ha chiuso le indagini sulla trattativa e tra le telefonate intercettate ci sono anche quelle in cui l’ex presidente del Senato, Nicola Mancino, si rivolge al Quirinale.