S’è dimesso Giancarlo Innocenzi, il componente dell’Agcom al quale Silvio Berlusconi telefonava, più volte al giorno, chiedendo di “aprire il fuoco” su Annozero. Il premier premeva: la trasmissione condotta da Michele Santoro doveva essere “chiusa”. La Guardia di Finanza, però, intercettava. E la procura di Trani indagava. E nero su bianco, negli atti d’indagine, veniva trascritto il conflitto d’interessi che opprime il Paese e il sistema dell’informazione: Innocenzi, indagato per favoreggiamento dalla procura di Trani, doveva garantire lo Stato, doveva servire il bene pubblico.

Al telefono, invece, rispondeva asservito agli ordini di Berlusconi. In un contesto che il direttore generale della Rai, Mauro Masi, assimilò allo Zimbawe. Oggi che Innocenzi s’è dimesso c’è da chiedersi perché abbia lasciato il suo posto. La risposta è semplice: il 12 marzo, il Fatto Quotidiano, pubblicò in esclusiva i contenuti dell’inchiesta di Trani. I lettori  hanno saputo quello che accadeva nell’Agcom e nella Rai. E non soltanto loro. Da quel momento nessuno ha potuto, anche volendo, ignorare la notizia. Neanche l’Agcom che, dopo la pubblicazione della notizia, ha dovuto aprire un’istruttoria per verificare le violazioni del Codice etico.

Innocenzi, intanto, nel suo ufficio e nei lavori della ‘Authority s’è visto poco e niente. Che fosse un persona molto vicina a Berlusconi, però, si sapeva già da tempo: era stato sottosegretario alle Comunicazioni tra il 2001 e il 2005. Che il suo approccio con la Rai, e Berlusconi, fosse di fedeltà nei confronti del premier, era altrettanto noto: nel 2008 Innocenzi fu intercettato mentre parlava con Agostino Saccà, il responsabile di Rai Fiction. Nelle conversazioni si discuteva di favorire la crisi del governo Prodi. Come? Si poteva far lavorare, in qualche fiction, la mogli di un deputato del centrosinistra, Willer Bordon con lo scopo di sottrare il suo appoggio alla maggioranza.

La moglie di Bordon non recitò poi in nessuna fiction. Ma l’atteggiamento di Innocenzi restò impresso nelle bobine delle intercettazioni. Eppure: Innocenzi è rimasto al suo posto, come commissario dell’Agcom, fino a questa mattina. Per dimettersi ha aspettato anche troppo, ma comunque, oggi, possiamo prendere nota del suo passo. Tre mesi nei quali ha continuato a guadagnare il suo ricco stipendio – parliamo di 397mila euro l’anno, per sette anni, pagati per garantire l’indipendenza dell’Agcom – senza neanche partecipare alle riunioni.

Il Fatto Quotidiano, per quella pubblicazione – si trattava di notizie ancora riservate – è stato perquisito e tuttora il suo cronista è indagato dalla procura di Trani. Se il ddl sulle intercettazioni fosse già stato approvato, Innocenzi probabilmente sarebbe ancora al suo posto, perché nessuno avrebbe potuto pubblicare quella notizia fino alla fine delle indagini preliminari.

Indagini che non si sono ancora concluse e che, in teoria, possono durare due anni. Nessuno avrebbe saputo, l’opinione pubblica non avrebbe potuto contestare nulla, Berlusconi avrebbe potuto continuare a telefonare a Innocenzi, per chiudere Annozero, e chissà come sarebbe andata a finire. Questo è il vero obiettivo della legge bavaglio: imbavagliare qualsiasi tipo di protesta, di reazione, di consapevolezza dell’opnione pubblica. È per questo che – legge bavaglio o no – continueremo a fare il nostro dovere: pubblicare le notizie. Anche se dovessero essere riservate e coperte dal segreto istruttorio. Ler dimissioni di Innocenzi, considerato il contesto descritto dall’indagine del pm Michele Ruggiero sulla Rai e sull’Agcom, sono forse troppo poco. Ma sono pur sempre qualcosa. E sono arrivate perchè, quelle notizie, ve le abbiamo raccontate senza veli e censure.