L’ 11 Luglio, rispondendo alla camera a una interrogazione dell’Onorevole D’Antoni il quale chiedeva chiarimenti circa le incongruenze tra gli esigui “risparmi” della riforma pensionistica nel 2012 (280 milioni di Euro) e i costi ventilati per le salvaguardie degli “esodati” (20 miliardi di Euro), il ministro Fornero ha detto testualmente: “Vorrei, però, anche sottolineare un aspetto che mi sembra sia sotteso alla domanda degli interroganti, e cioè il fatto che è vero che la riforma genera nel complesso risparmi molto cospicui, ma questi risparmi sono stati interamente contabilizzati a riduzione del disavanzo pubblico e del debito, e quindi ogni ulteriore procedimento di spesa necessita di un finanziamento.” e “In definitiva, non possono essere quindi utilizzati quei risparmi, perché sono stati utilizzati per la salvaguardia della sostenibilità finanziaria del nostro debito pubblico.”

Per quanto mi riguarda, non ci sarebbe stato bisogno di queste esternazioni del Ministro per convincermi che la riforma delle pensioni è stata fatta esclusivamente per motivi di pura cassa nulla aventi a che vedere con l’equilibrio del sistema previdenziale, già ampiamente conseguito con le ultime riforme del precedente Governo e in questo senso ho scritto e detto fino alla noia, via via sempre più confortato (nelle convinzioni) dai dati forniti dall’INPS e sempre più sconfortato (nello stato d’animo) dalla indifferenza nella quale generalmente cadono questi stessi numeri.

Mi aspetterei invece che queste dichiarazioni sostanzialmente impudenti aprissero qualche breccia nel muro di disinformazione sapientemente eretto da presunti autorevoli opinionisti dei grandi giornali e da stimati pseudo esperti del nostro sistema pensionistico i quali, rifuggendo pervicacemente e anche stolidamente da qualsiasi analisi argomentata dei numeri che l’INPS sforna quasi quotidianamente, continuano a recitare il mantra ormai logoro del “baratro pensionistico” dal quale il Ministro ci avrebbe fatto arretrare e della irragionevole richiesta di continuare a usufruire di età di pensionamento (ho ripetutamente letto di 58 anni) illogica e insostenibile.

I nostri “guru” dell’opinione che si citano e intervistano a vicenda e che sfuggono dai numeri come dalla peste, probabilmente, perché non sono in grado di valutarli oppure perché analizzandoli verrebbero risvegliati bruscamente dal sonno della loro coscienza, hanno glissato di fronte all’evidenza di un’età media di pensionamento ormai accertata dall’INPS a 61,3 anni, in ragione dell’introduzione (Tremonti) delle finestre mobili e dell’aspettativa di vita; hanno ignorato bellamente il calo del 47% dei nuovi trattamenti pensionistici nel primo semestre del 2012 (sempre dovuto a Tremonti) e quasi certamente faranno finta di non sentire il Ministro che ci dice che i “risparmi” dalle pensioni già in equilibrio (cioè i contributi di lavoratori e datori di lavoro) sono stati utilizzati per ripianare un pezzettino del debito pubblico accumulato con ogni evidenza altrove dalla previdenza.

Nonostante l’impudenza del Ministro e la sordità cronica degli esperti, il problema sociale e politico generato da questa razzia denominata riforma sta lì in bella vista in tutta la sua indegnità: si è deciso consapevolmente di martellare le pensioni allo scopo di ridurre un po’ il debito pubblico, non già per migliorare le pensioni future degli attuali giovani, né per tappare un buco previdenziale che non c’era e quando il problema di circa 300.000 esodati senza reddito che si sono trovati casualmente e fatalmente a finanziare quella riduzione del debito è emerso in tutta la sua drammaticità, con serafica noncuranza, si conferma la loro condanna all’indigenza perché il “risparmio” derivante dalla loro sofferenza è già stato iscritto a bilancio per la riduzione del debito; problema sociale enorme, ma anche politico, datosi che operare scelte di carattere culturale come quella del dove prelevare strutturalmente risorse per ripianare i debiti (perché espropri alla previdenza e non un prelievo sui patrimoni oppure l’azzeramento delle provincie o altro?), apportando cambiamenti epici alla vita della Nazione è decisione prettamente politica che un governo di tecnici non dovrebbe essere autorizzato a prendere; con buona pace del Presidente Napolitano che predica la sostenibilità sociale dei provvedimenti da prendere con la spending review e non si è accorto della vistosa, mirata e confermata iniquità e insostenibilità sociale della riforma Fornero.

Concludo per sottolineare l’uso improprio della parola “risparmio” che Ministro, opinionisti e pseudo esperti continuano a perpetrare: un “risparmio” è un accantonamento tramite minore spesa di risorse proprie; in questo caso, poiché siamo di fronte allo storno da parte dello Stato di risorse altrui (prevalentemente dei lavoratori dipendenti) dallo scopo a cui questi e i loro datori di lavoro le avevano destinate (per l’appunto a un risparmio previdenziale) per utilizzarle in modo completamente improprio quale la copertura di voragini di debito non generate dalla previdenza, si dovrebbero usare altre parole; a me viene in mente appropriazione indebita.