Ora qualcuno dirà che il Fatto Quotidiano, schierandosi senza se e senza ma dalla parte dei pm di Palermo, Francesco Messineo e Nino Di Matteo, finiti sotto inchiesta disciplinare per l’intervista rilasciata dal secondo a Repubblica sulle telefonate Mancino-Napolitano, vuole una magistratura “legibus soluta”, con licenza di violare le regole: quelle che affidano al Pg della Cassazione (e al ministro della Giustizia) l’azione disciplinare contro le toghe che infrangono le regole dell’ordinamento giudiziario. Bene, chiunque si apprestasse a scriverlo o a pensarlo, se ne inventi un’altra: noi siamo per il rispetto delle regole da parte di tutti, a cominciare da chi deve farle osservare, cioè i magistrati.

Il fatto è che, nel procedimento avviato contro Messineo e Di Matteo, il Pg della Cassazione contesta un illecito disciplinare che non esiste. Nella richiesta di chiarimenti inviata dal sostituto Pg Mario Fresa, infatti, si chiede al procuratore capo se abbia autorizzato per iscritto il suo sostituto a rilasciare l’intervista su un procedimento in corso (come prevede l’ordinamento giudiziario Castelli-Mastella, comma 3 dlgs 106/2006: i pm non possono “rilasciare dichiarazioni o fornire notizie agli organi di informazione circa l’attività giudiziaria dell’Ufficio”); e, nel caso in cui “ciò non fosse avvenuto, perché non ha segnalato il caso”. L’accusa è chiara: illecito per Di Matteo che dà un’intervista non autorizzata dal suo capo; illecito per Messineo che non lo denuncia per averla data.

Già, ma la legge Castelli-Mastella, nell’elenco degli illeciti disciplinari “tipizzati” dei magistrati (art. 2 del dlgs 109/2006), non contempla le interviste di pm non autorizzati dal capo, né dunque il dovere di segnalarle da parte del capo. Le sole “dichiarazioni pubbliche o interviste” disciplinarmente vietate sono quelle che “riguardino i soggetti coinvolti” in un procedimento, e solo “quando sono dirette a ledere indebitamente diritti altrui” (e Di Matteo, con Repubblica, non solo non ledeva, ma nemmeno citava alcun soggetto coinvolto: spiegava solo la scelta di stralciare le intercettazioni penalmente irrilevanti per l’inchiesta sulla trattativa, in vista della loro distruzione o del loro utilizzo in altri, futuri filoni d’indagine); oppure quando fanno riferimenti personali ai pm impegnati nel procedimento (e Di Matteo non ne faceva).

Ne consegue che, anche se fosse vero che Di Matteo ha parlato con Repubblica senza il permesso scritto del capo, non avrebbe commesso comunque alcun illecito disciplinare, e nemmeno il capo che non l’ha denunciato. Non perché lo diciamo noi del Fatto, ma perché quel comportamento, anche se fosse stato commesso, non costituirebbe illecito disciplinare. È come se un tizio venisse processato perché ha attraversato la strada fuori dalle strisce pedonali, mentre il Codice penale non punisce l’attraversamento fuori dalle strisce. Si dirà: ma allora non c’è motivo di allarmarsi tanto. Se l’illecito non esiste, i due pm saranno archiviati dal Pg oppure, in caso di incolpazione formale, assolti dal Csm. Può darsi, anche se è presto per fare previsioni. Ma, anche se così fosse, quel che accade è ancor più grave di quanto si immaginasse: che cosa dobbiamo pensare di uno dei più alti magistrati d’Italia, il Pg della Cassazione, che inquisisce due pm per un illecito che non esiste? Se fossimo berlusconiani o dalemiani, grideremmo al complotto di Qualcuno che, dietro o sopra di lui, ha deciso di punire comunque i pm che indagano sulla trattativa Stato-mafia. E se il “reato” non si trova, pazienza: lo si inventa.

Ma, siccome siamo Il Fatto, ci limitiamo a ricordare che già una volta quel Pg fu attivato dal Quirinale perché intervenisse sull’inchiesta-trattativa, e respinto con perdite. A fare 2 più 2 e a trarne le conseguenze, ci arrivano da soli i nostri lettori. Che, a giudicare dalla valanga di firme in difesa dei pm di Palermo, hanno già capito tutto.