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Medici e migranti, il certificato “anti-Cpr” è ancora online: strumento clinico o indizio dell’associazione a delinquere?

Il modello prestampato è parte di una campagna pubblica di Simm, Asgi e No Cpr per sensibilizzare i sanitari sui rischi della detenzione. La Procura ipotizza invece una rete organizzata per produrre falsi
Medici e migranti, il certificato “anti-Cpr” è ancora online: strumento clinico o indizio dell’associazione a delinquere?
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Al centro dell’inchiesta sui medici e i certificati che impediscono il trattenimento dei migranti nei Cpr c’è un documento che non è mai stato segreto. Si chiama “Bozza di modulo per la valutazione di non idoneità alla vita nel CPR“, è ancora disponibile online e nasce da una campagna pubblica lanciata nel 2024 dalla Società italiana di medicina delle migrazioni (Simm) con Asgi e Rete Mai più lager-No ai Cpr. È proprio quella bozza, comparsa prima nell’indagine sugli otto medici dell’ospedale di Ravenna e poi rintracciata in altre realtà sanitarie italiane, uno dei fili che hanno portato la Procura di Ravenna a ipotizzare qualcosa di più articolato: un’associazione per delinquere finalizzata alla produzione di falsi certificati per impedire l’ingresso nei centri per il rimpatrio degli stranieri irregolari. Ma tra una rete organizzata di medici contrari alla detenzione amministrativa e un’organizzazione criminale c’è uno spazio che l’inchiesta dovrà riempire di prove. E lo stesso vale per il confine tra una valutazione clinica discutibile e un falso ideologico.

Che cosa sostiene la Procura?

La prima parte dell’inchiesta riguarda otto medici di Ravenna accusati di falso ideologico: il Giudice per le indagini preliminari (Gip), esaminando certificati, cartelle cliniche, analisi, radiografie e visite specialistiche, ha ritenuto che diverse dichiarazioni di non idoneità non trovassero riscontro negli accertamenti effettuati o fossero formulate senza i necessari approfondimenti. Nel periodo preso in esame (metà 2024 – gennaio 2026), su 64 persone accompagnate in ospedale, 20 avevano ottenuto l’idoneità, 34 erano state giudicate non idonee e 10 si erano rifiutate di sottoporsi ad accertamenti. Le 34 certificazioni di non idoneità sono quelle contestate. Tre sanitari sono stati sospesi per dieci mesi, agli altri cinque è stato vietato per lo stesso periodo di certificare l’idoneità ai Cpr. Il nuovo filone ha allargato l’orizzonte. Secondo la Procura, la bozza di certificazione sarebbe stata utilizzata anche a Rimini, Bologna, Forlì-Cesena, Ferrara, Roma, Matera, Biella, Livorno e Bari. Insieme agli incontri online, alla campagna sui social, all’assistenza legale e a un monitoraggio nazionale dei certificati, sarebbe l’indizio di un “coordinamento unico”, messo in piedi con l’intento di produrre falsi. Le perquisizioni del 16 settembre ad altri ventitré medici servono proprio ad “acquisire ulteriori elementi di prova” sulle dimensioni della presunta associazione a delinquere. Prese in considerazione anche le conversazioni tra i medici. “Dobbiamo opporci tutti”, scriveva una dottoressa, aggiungendo che “è bello sapere che siamo in più zone diverse e in connessione per seminare qualcosa in queste tristi ingiustizie”. Nella prima indagine era emersa anche la discussione su come riutilizzare la bozza dopo i “problemi” sorti con la Questura. Scambi che, secondo l’accusa, contribuirebbero a dimostrare il coordinamento. Non senza chiarire, come ha fatto lo stesso Gip nell’ordinanza di marzo con i primi provvedimenti (i ricorsi sono ora in Cassazione), che essere contrari ai Cpr e manifestare questa posizione non costituisce, di per sé, un comportamento penalmente rilevante.

Ma cos’è davvero quella “bozza”?

È ancora pubblicata, anche sul sito di Asgi, l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione, insieme all’appello del 2024. I promotori dichiaravano apertamente il proprio orientamento: sensibilizzare i sanitari sui rischi della detenzione amministrativa e fornire ai medici certificatori elementi di sanità pubblica, medico-legali e deontologici. L’obiettivo dichiarato era aiutarli nella valutazione sull’idoneità alla vita nei Cpr. Il modello non nasconde le intenzioni: dopo il colloquio e la valutazione clinica propone di considerare l’eventuale incompletezza dell’anamnesi, il poco tempo disponibile per gli accertamenti, la possibilità di accedere a cure specialistiche nel Cpr, le caratteristiche della struttura e gli obblighi deontologici. Alla fine rimette al medico una “valutazione complessiva” dell’esito clinico e degli altri elementi, da esprimere “in scienza e coscienza”. Ma la conclusione prestampata è di non idoneità, coerentemente con il convincimento che quei luoghi siano dei “lager”.

Perché considerare i Cpr un rischio per la salute?

Negli anni inchieste giudiziarie, rapporti dei garanti e attività di monitoraggio hanno portato alla luce criticità nelle condizioni materiali e sanitarie dei Cpr. Diversi i procedimenti penali ancora in corso. Da Milano, dove ex trattenuti del Cpr di via Corelli hanno riferito di condizioni degradate, autolesionismo e largo utilizzo di psicofarmaci. A Palazzo San Gervasio (Potenza), con accuse per presunti maltrattamenti e somministrazione di psicofarmaci, anche senza prescrizioni mediche, come denunciato dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura (Cpt) del Consiglio d’Europa. In testa a tutto, però, la “campagna di presa di coscienza” avviata nel 2024 metteva una premessa scientifica. L’Organizzazione mondiale della sanità afferma che la immigration detention comporta rischi significativi per salute e benessere, con particolare evidenza per la salute mentale, segnalando che gli effetti possono aggravarsi con la detenzione e persistere dopo il rilascio. Secondo la Società italiana di medicina delle migrazioni, dunque, “la patogenicità dei Cpr è un dato scientifico, non un’opinione”. Per questo, si sosteneva nell’appello, un medico a conoscenza di tale evidenza non dovrebbe ignorarla nell’atto clinico.

Che tipo di valutazione deve fare il medico?

La Direttiva Lamorgese del 19 maggio 2022 prescrive, prima dell’accesso al centro, di verificare l’assenza di patologie incompatibili con “l’ingresso e la permanenza”, comprese condizioni che non potrebbero ricevere cure adeguate in comunità ristrette. Una volta dentro, nella rivalutazione sanitaria devono essere considerate anche le “caratteristiche strutturali” del Cpr. La normativa sembra chiedere ai sanitari una componente prognostica, cioè la valutazione di ciò che potrebbe accadere a quella determinata persona durante il trattenimento. Questo non significa che la documentata pericolosità generale della detenzione consenta automaticamente di dichiarare chiunque inidoneo: la valutazione rimane individuale.

Una valutazione medica può diventare un falso?

La Procura ritiene di avere trovato elementi significativi nella prima tranche dell’inchiesta: certificazioni di non idoneità che, secondo le indagini preliminari, contrasterebbero con analisi ed esami o sarebbero state emesse senza gli approfondimenti necessari. Anche una valutazione medica può costituire un falso, ma non basta che sia sbagliata: occorre dimostrare che il medico si sia consapevolmente discostato, senza adeguata giustificazione, da parametri stabiliti per legge o tecnicamente indiscussi. Considerare tra i parametri il rischio di peggioramento prodotto dalla permanenza nel Cpr rende falsa una certificazione? Come già detto, la direttiva ministeriale impone di valutare l’idoneità alla vita in comunità ristretta. Resta quindi da verificare, caso per caso, se quel rischio sia stato realmente valutato sulla singola persona o utilizzato come motivazione generale per arrivare, come sostiene la Procura, a una conclusione già decisa.

Una rete organizzata o una associazione per delinquere?

L’esistenza di una rete organizzata emerge dalla stessa campagna. I propositi dell’iniziativa lanciata nel 2024 erano e restano pubblicati, tanto che ne aveva scritto anche la stampa parlando di “presa di coscienza dei medici”. Ma l’utilizzo di una bozza comune di certificato, riunioni, chat, l’assistenza legale per i medici “compiacenti” e una “mappatura” dei certificati bastano a integrare l’associazione per delinquere dell’articolo 416 del codice penale? La norma punisce l’associazione costituita allo scopo di commettere più delitti. La giurisprudenza richiede inoltre un vincolo stabile e la consapevole partecipazione a un progetto criminoso che non si limiti a commettere occasionalmente singoli reati. La diffusione nazionale della bozza e le conversazioni raccolte sono tra gli elementi principali che hanno portato la Procura all’ipotesi di associazione. E le nuove perquisizioni servono di consolidarla. Questo il nodo da sciogliere: organizzarsi per convincere i medici ad adottare un determinato orientamento clinico, offrendo elementi e criteri di valutazione, anche inserendoli in uno strumento come un modulo prestampato, è di per sé un’associazione per delinquere? No, ma può diventarlo se ci si organizza con la precisa volontà che quello strumento serva proprio alla produzione sistematica di certificazioni false, sempre che ce ne siano. I medici coinvolti hanno superato quella linea? È quanto l’inchiesta dovrà accertare.

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