Dopo l’approvazione al Senato, anche la Camera ha votato la fiducia sul decreto sulla spending review con 403 sì 86 no e 17 astenuti. Il dl ha ricevuto il via libera definitivo dal Parlamento . Il testo quindi è diventato legge. I sì sono stati 371, 86 i no e 22 gli astenuti. Gli onorevoli presenti erano 479, ma a votare sono stati 457. Per il ministro Renato Balduzzi ciò “dimostra la serietà della maggioranza” consapevole “della difficoltà del periodo”. La maggioranza, ha aggiunto il ministro, ha “condiviso la necessità di revisione della spesa”. Quanto alle richieste di correzioni che già cominciano ad arrivare, a partire dal Pd, il ministro si è limitato a ricordare che “gia in alcuni punti è lo stesso decreto che invita a tornarci sopra, a certe condizioni e nell’invarianza dei saldi”.

Nell’Italia dei Valori e nel Popolo della libertà sono affiorati i malumori, mentre Futuro e libertà e il Partito democratico si sono schierati a fianco dell’esecutivo. Accanto alle numerose dichiarazioni di fuoco contro il premier Mario Monti, il Pdl ha deciso di mandare un segnale chiaro al governo e ha “utilizzato” le aule dei due rami del Parlamento cosicché il messaggio arrivi in modo inequivocabile. Il primo avvertimento è arrivato da Montecitorio, dove il Pdl ha mandato sotto il governo sull’approvazione di un ordine del giorno a firma Alfredo Mantovano. Si è proseguito con il voto finale sulla spending review: complici anche le ferie estive, i pidiellini hanno quasi disertano l’aula. Alla fine, infatti, sono risultati 70 gli assenti, tra cui anche Silvio Berlusconi e il segretario Angelino Alfano.

Il vicepresidente dei deputati Idv Antonio Borghesi ha spiegato in mattinata, prima del voto di fiducia, che ”questo decreto è la summa della incostituzionalità” perché ha contenuti “eterogenei e frammentari”. Inoltre rappresenta “un’abberrazione” costituzionale visto che si è inserito “un intero decreto legge dentro un altro decreto legge”. Un altro punto sgradito a Borghesi è l’utilizzo del voto di fiducia che comporta una “pesante compressione” del ruolo del Parlamento. Entrando nel merito del decreto invece il deputato ha sottolineato che “siamo in presenza di una logica di tagli lineari, anziché quella di una revisione strutturale dei meccanismi che alimentano le spese”. Per questi motivi quindi l’Idv ha annunciato di votare contro la fiducia.

Carlo Ciccioli del Pdl, anche lui prima della fiducia, si è concentrato sulla situazione economica del Paese per spiegare la contrarietà del suo partito. A suo dire si rischia di “raschiare un barile già vuoto”. Infatti, ha spiegato Ciccioli, la pressione fiscale che “rasenta il 50%” non è sostenibile come non lo è un aumento dell’Iva. Mettere i conti in regola, secondo l’onorevole, sta “deprimendo il sistema economico italiano” al punto che il dopo significherà “disoccupazione e compressione dei consumi”. Poi dopo che le agenzie hanno incominciato a “battere” le dichiarazioni del premier Mario Monti (con Berlusconi al governo spread a 1200) i deputati del Pdl hanno fatto andare sotto il governo su un ordine del giorno del decreto per la spending review che riguarda la sicurezza. “Lo abbiamo fatto apposta – ha spiegato il tesoriere del gruppo Pietro Laffranco – per protesta contro le parole di Monti su Berlusconi. Abbiamo voluto lanciare un segnale”.

Secondo Aldo Di Biagio (Fli), il decreto sulla spending review “è ormai entrato nell’immaginario collettivo come una sorta di grossa forbice amministrativa che infierisce su tutto e tutti, un’immagine certo fantasiosa che sta anche a noi rettificare”. Nel confermare il sì del suo partito Di Biagio ha aggiunto: “Vogliamo credere che con questo provvedimento ci sia davvero voglia di voltare pagina”. Infatti da Fli si aspettano che questi cambiamenti  possano tramutarsi “in una sorta di opportunità, che possano rappresentare una porta normativa e finanziaria attraverso la quale sia possibile accedere ad una nuova pagina della storia amministrativa del Paese”. 

Dal Pd parlano di fiducia “scontata” vista la delicatezza dell’argomento. “Se fossimo andati a un dibattito parlamentare normale ci sarebbero state parecchie defezioni”, ha commentato Giorgio Merlo. Poi il democratico ha aggiunto che “il Pd vigilerà affinché i servizi di base non vengano messi in discussione”. Il servizio sanitario “dovrà rimanere universale” mentre i tagli “sono tanti, ma sui servizi alla persona, garantiremo la tutela dei diritti”. Anche il segretario Pier Luigi Bersani ha voluto far sapere che chiederanno “che vadano fatte delle correzioni, perché va bene tagliare gli sprechi ma non la spesa sociale”.

Fuori dal Parlamento invece si è svolta un flash mob da parte dei sindacati, con gli statali di Fp-Cgil, Flc-Cgil, Uil-fpl, Uil-Rua che hanno inscenato una breve protesta per ribadire lo sciopero del pubblico impiego fissato per il prossimo 28 settembre. I sindacalisti hanno fissato le bandiere alla ringhiera su piazza Montecitorio e appeso i manifesti con la foto di una mannaia su cui si è potuto leggere che “la mannaia del governo taglia in modo insensato e iniquo le risorse destinate ai servizi pubblici, mina alla base le radici dello stato sociale, determina le condizioni per una completa destrutturazione della pubblica amministrazione a vantaggio di privati senza scrupoli”.