C’è una “falla” nel sistema degli appalti, che consente “ai gruppi mafiosi di infiltrarsi nel settore delle grandi opere”. Anche nel Nord Italia. Di più: l’attuale legge sui contratti pubblici “ha agevolato e agevola le infiltrazioni mafiose nei cantieri“. Lo scrive il Comitato antimafia del Comune di Milano istituito dal sindaco Giuliano Pisapia e presieduto da Nando dalla Chiesa, nella sua prima relazione semestrale. La relazione fa il punto sul radicamento mafioso nel capoluogo lombardo, con capitoli dedicati a “incendi, intimidazioni e omicidi” (con buona pace del luogo comune secondo il quale la mafia al nord “non spara”), alle “inifiltrazioni nel commercio, nel turismo e nella ristorazione”, all’eterna questione dell’Ortomercato. Ma, appunto, guarda anche al futuro, all’Expo 2015 e alle grandi opere infrastrutturali in  programma intorno alla metropoli, crisi permettendo.

Ed è su questo punto che il Comitato – composto, oltre che da dalla Chiesa, da Umberto Ambrosoli, Luca Beltrami Gadola, Maurizio Grigo e Giuliano Turone – lancia l’allarme. Le porte d’ingresso delle aziende mafiose nei cantieri delle grandi opere sono “il subappalto e il cottimo“, cioè i contratti stipulati con aziende esterne dalle ditte che si sono aggiudicate le gare. Che, secondo la l’articolo 118 del Codice dei contratti, sono sottoposti alla certificazione antimafia solo se l’importo della commessa è “superiore al 2 per cento del valore dell’opera o di importo superiore a 100mila euro e qualora l’incidenza del costo della manodopera e del personale sia superiore al 50% dell’importo del contratto da affidare”. 

Soglie troppo alte, secondo il Comitato, perché a Milano e dintorni la mafia è entrata nei cantieri proprio aggiudicandosi questo tipo di contratti, specialmente (ma non solo) nel movimento terra, attività base di qualunque opera, dalla palazzina all’autostrada. Come hanno dimostrato diverse inchieste dell’antimafia (in particolare quelle sul clan Barbaro-Papalia, sui Valle-Lampada e sui Flachi, oltre all’indagine Infinito) “i gruppi mafiosi hanno potuto determinare una capillare presenza attiva dei loro uomini, i quali svolgono in punto di fatto la loro attività lavorativa coordinati ufficiosamente da qualcuno dei capi del sodalizio mafioso di riferimento”. In due anni, i controlli interforze di Prefettura e Dia hanno individuato 150 aziende in odore di mafia al lavoro nei cantieri delle Grandi opere a Milano e provincia.

Non una Spectre dei grandi appalti, insomma, ma un formicaio famelico di ditte legate soprattutto a famiglie di ‘ndrangheta, che spesso si coordinano tra loro intorno a qualche “tavolino” lombardo-calabrese. Così, si legge ancora nel rapporto, la criminalità finisce per controllare non tanto “segmenti di territorio”, come al Sud, ma “segmenti di attività produttive”. 

E’ vero che la stessa normativa prevede che le aziende appaltarici comunichino i dati di tutti i “sub contratti” relativi a un cantiere, ma “quest’obbligo è stato sino a oggi regolarmente e inspiegabilmente ignorato”, come ha denuunciato al Comitato antimafia Ivan Cicconi, direttore di Itaca, l’istituto per la trasparenza negli appalti.

“Abbiamo riscontrato una forte compromissione degli apparati pubblici”, dice Nando dalla Chiesa a ilfattoquotidiano.it. Per esempio in materia di controlli: “Puoi fare tutte le leggi che vuoi, ma poi conta la qualità del personale che impieghi per farle rispettare. Non puoi metterci i raccomandati di partiti e sindacati, devono essere persone competenti e incorruttibili, non quelli che il giorno prima dell’ispezione avvertono i controllati. E’ un settore molto delicato, in certi cantieri e all’Ortomercato è messa a rischio l’incolumità di chi deve far rispettare la legge, dirigenti compresi. Ma sapere che i controlli funzionano è la vera prevenzione”. 

E così cade un altro luogo comune, quello che vorrebbe Milano traboccante di anticorpi pronti ad aggredire i corpi estranei delle organizzazioni criminali salite dal Sud: “Abbiamo ricostruito la storia dell’Ortomercato, oggetto di indagini antimafia fin dagli anni Ottanta”, spiega ancora il presidente del Comitato. “Ne abbiamo ricavato l’impressione che più aumentava la consapevolezza dell’infiltrazione mafiosa, più veniva abbassato il livello dei controlli. Dovrebbe accadere il contrario”.