Nel grande cantiere pubblico, il boss calabrese risulta con un impiego da operaio semplice, eppure dalla mattina alla sera decide tutto e per tutti: a partire dalle aziende che possono lavorare. Capita in Lombardia, la regione d’elezione della ‘ndrangheta che punta a infiltrarsi nelle grandi opere.

Il particolare emerge dall’attività degli investigatori della Dia di Milano: gente tosta e preparata che agli ordini del colonnello Alfonso Di Vito, in poco più di due anni di controlli nei cantieri lombardi, ha macinato una montagna di atti. Risultato: le prefetture hanno emesso 148 interdittive antimafia. Tradotto: 148 imprese sono state escluse dalle grandi opere pubbliche lombarde per motivi legati alla criminalità organizzata. Il dato, in testa alla classifica nazionale, da un lato testimonia il grande lavoro degli investigatori, ma dall’altro fotografa un fenomeno allarmante e che i magistrati, ormai da tempo, definiscono una vera colonizzazione della Lombardia da parte delle cosche calabresi. Colonizzazione tutt’ora in corsa con buona pace dei maxiblitz del 2010.

Numeri e controlli dunque. Un lavoro titanico solo a mettere in fila le cifre: su un totale nazionale di 123 grandi opere, in Lombardia se ne contano ben 35, esattamente il 30%. Di più: tra il 2008 e il 2011 gli appalti pubblici hanno toccato il tetto di 16 miliardi di euro. Senza contare la torta  Expo 2015 che mette sul tavolo un budget di 1,4 miliardi e un previsione di investimenti di 2,5 miliardi.

Negli ultimi tre anni, poi, l’antimafia lombarda ha monitorato 4.500 imprese e ben 20mila persone. Ogni mese circa la Dia opera almeno due controlli distribuiti nelle undici province. E per ogni accesso gli investigatori devono controllare dalle 300 alle 600 imprese. Queste le cifre che ruotano attorno a una grande opera. Tra le varie in corso ci sono i cantieri della Tav nella zona di Trevigliato in provincia di Brescia. Obiettivo del blitz odierno: “Verificare le norme e gli accordi finalizzati a scongiurare possibili infiltrazioni mafiose”. Semplice controllo, viene definito nel comunicato stampa, che ha, però, portato alla raccolta di molti documenti definiti interessanti.

Tante carte e moltissime visure camerali per cercare legami e collegamenti con i clan. Da qui si parte per ricostruire la storia di un’impresa. E se il titolare o il socio, nel passato, è incappato anche solo in un’ordinanza per 416 bis, tanto basta per stilare quella che viene definita una interdittiva tipica. Il documento vale un’espulsione diretta. Diverso il caso in cui il titolare della impresa risulta contiguo alla criminalità organizzata o comunque avvicinabile. L’interdittiva, emessa dal prefetto, viene chiamata atipica e conta come un’ammonizione che, quasi sempre, vale comunque la cacciata da parte dei titolari dell’appalto.

In tutto questo di semplice c’è ben poco. E la crisi economica increspa ulteriormente le acque, facilitando l’infiltrazione delle imprese mafiose nel tessuto legale. I padrini in doppio petto dalla loro hanno, infatti, la possibilità di utilizzare lavoratori in nero e di disporre di canali alternativi per racimolare capitali.

Ma sono veramente tantissimi i canali per superare i controlli. La revisione dei camion della terra è uno di questi. La via preferenziale la si trova in Calabria. Dopodiché il mezzo torna a solcare le strade lombarde a tal punto logorato che un autista di Sondrio, mesi fa, è stato fermato dalla polizia stradale perché guidava indossando una maschera antigas.

Storie, dunque. Tra le varie le tante imprese di movimento terra che dopo essere state pizzicate a intrattenere rapporti più o meno diretti con la ‘ndrangheta, sono risultate tutte intestate a donne. O anche meglio: in molti casi i titolari sono giovanissimi. Figli o nipoti messi lì a far da schermo. Tutto vale per confondere e sviare. Anche simulare divorzi per affidare l’impresa alla moglie.

Insomma se la mafia attacca, lo Stato, almeno in Lombardia, risponde. Un lavoro decisivo che serve a scongiurare l’infiltrazione, ma non solo. Alla base di questi controlli c’è l’obiettivo di monitorare che le grandi opere pubbliche vengano costruite in maniera adeguata e soprattutto con materiali non scadenti. Come stava avvenendo per il raddoppio della linea ferroviara Milano-Mortara. In quel caso le cosche di Platì volevano fare i riempimenti accanto alle rotaie con i mattoni traforati. Fortunatamente un’intercettazione svelò il piano della ‘ndrangheta.