Ho avuto modo di assistere, qualche giorno fa, a un’importante assemblea contro i tagli alla ricerca che si è svolta al Cnr. La parte più interessante dell’incontro è stata indubbiamente costituita dalle testimonianze dei presidenti e dirigenti degli istituti di ricerca, che hanno denunciato insensatezza e arbitrarietà dei tagli apportati, con un tratto di penna inconsulta, da qualche oscuro burocrate, sicuramente ottimamente pagato per svolgere tale opera demolitrice, affiliato alla famigerata cricca di Monti, Grilli, Patroni Griffi e company.

Testimonianze a volte perfino sconvolgenti. Come quella del presidente del Consiglio per la ricerca e la sperimentazione in agricoltura (Cra) che ha rivelato le loro difficoltà a svolgere le proprie funzioni istituzionali orientando scientificamente la lotta agli insetti, numerosi e nocivi che si stanno scatenando, probabilmente anche per effetto delle mutazioni climatiche e ambientali in corso, contro le coltivazioni agricole del nostro Paese.
O quella della vicepresidente dell’Istituto nazionale di alta matematica, soppresso nonostante avesse conseguito finanziamenti europei per due milioni di euro, che ha ricevuto la triste notizia mentre stava partecipando a un convegno internazionale in materia.
O quello dell’Istituto superiore di sanità, che ha affermato giustamente come il taglio dei finanziamenti al suo ente sia parte di un più generale attacco alla salute pubblica. E tanti altri.

I settori della scienza e della ricerca dovrebbero essere strategici per garantire la ripresa e il rinnovamento del Paese e invece soccombono agli scriteriati colpi di forbice della banda dei banchieri. Mentre invece, enti più recenti, discutibili e dalla mission, dalla governance (e dalle attività) ancora poco chiare, come l’Istituto italiano di tecnologia, una creatura di Tremonti, continuano a ricevere da soli finanziamenti ingenti, superiori ad esempio a quanto stanziato per i progetti di interesse nazionale (Prin). Un chiaro effetto, questo, del poco storico compromesso tra Alfano, Bersani e Casini sotto l’egida di Monti.

Sul fronte gemello della cultura invece, una riunione svoltasi al Palaexpo sempre martedì da Federculture ha analizzato i nefasti effetti delle politiche di taglio pari a centinaia di migliaia di posti di lavoro in meno e a un duro colpo per il turismo che pure dovrebbe costituire una risorsa importante per l’Italia.

Decisamente scienza e cultura non sono pane per la nostra classe politica e “tecnica”. Dal piazzista erotomane siamo passati al triste banchiere ma l’effetto non cambia. Se Goering e Goebbels, a sentir parlare di cultura, portavano la mano alla pistola, Berlusconi la porta alla patta dei pantaloni e Monti al portafoglio, per assicurarsi che nessuno gliel’abbia sottratto, visto che i soldi li deve dare alla finanza che li utilizzerà per prosperare perniciosamente, come un cancro, e chiedere nuovi soldi ancora.

L’effetto, si ripete, è lo stesso. Del resto c’è poco da fare. Finché la pistola carica dei “mercati” finanziari sarà puntata sugli Stati, finché le banche si arricchiranno parassitariamente lucrando sulla differenza di tassi fra quelli minimi che pagano alla Banca centrale europea e quelli massimi che fanno pagare agli Stati, finché non si metterà mano a una Tobin Tax e a un controllo serio della finanza, resteremo in queste condizioni. Senza poter garantire alcun futuro ai nostri figli, checché ne dica il signor Monti, il quale sta scrupolosamente applicando la sua cura secondo le note fallimentari ricette ignaro o indifferente del fatto che il paziente potrebbe decedere.

Basterebbe è vero, acquistare due cacciabombardieri F-35 in meno per risanare tutto il settore della ricerca, ma quelli ovviamente non si toccano. Così vanno le cose nei tristi tempi del governo tecnico, con la benedizione bipartisan di ABC, dove B sta Bersani, il quale secondo Vincenzo Vita, che è persona seria, avrebbe ottenuto che almeno nel 2012 si soprassieda ai tagli. Sarà vero? Staremo a vedere. E negli anni successivi? Speriamo di esserci liberati nel frattempo, del banchiere, della sua cricca di incompetenti e della sua devastante ideologia. Altrimenti risulterà difficile garantire una sopravvivenza, non solo e non tanto a cultura e ricerca ma all’Italia nel suo complesso.