C’è una donna ormai anziana che compare nel documentario diretto dal registra romagnolo Matteo Pasi, classe 1978, sulla strage alla stazione di Bologna del 2 agosto 1980. Si chiama Lidia Piccolini e suo marito era Torquato Secci, presidente dell’associazione vittime dal 1981 al 1996, quando morì dopo essersi dato da fare al punto da venire definito “partigiano della verità e della giustizia”. Quella donna, madre di Sergio, 24 anni, una delle 85 vittime dell’attentato, afferma a oltre 3 decenni di distanza dall’esplosione: “Io dico e penso che hanno compiuto un solo errore, i terroristi. Uno solo, ma l’hanno compiuto: quello di far scoppiare la bomba a Bologna”.

Da qui prende il titolo il film prodotto dall’Associazione Pereira con il supporto di Arcoiris Tv e dell’archivio storico-sindacale Paolo Pedrelli mentre le musiche sono dei Modena City Ramblers, di Daniele Silvestri e di Francesco GucciniUn solo errore, dunque, che non aveva tenuto conto dei soccorsi immediati e del contributo di una città intera, dall’amministrazione ai tassisti, dagli albergatori ai medici e a tutti coloro che prestarono assistenza a familiari e vittime fin dai minuti successivi allo scoppio, avvenuto alle 10.25 del mattino.

Il documentario, che dura 65 minuti, verrà proiettato in anteprima in piazza Maggiore a Bologna il 30 luglio alle 21.45. E tante le voci che si intersecano. Tra queste, oltre a quelle delle vittime, le parole dell’attuale presidente delle vittime Paolo Bolognesi, del magistrato Libero Mancuso, dell’ex sindaco Renato Zangheri, dei giornalisti Loris Mazzetti e Roberto Scardova e dello scrittore Carlo Lucarelli. Tutti concordi nel sostenere – come riassume il regista Matteo Pasi – che “i terroristi si aspettavano una reazione scomposta e disorganizzata dalle forze democratiche e antifasciste. In realtà ciò che è accaduto è stato ben diverso: è emersa la capacità dell’essere umano di rispondere a un disegno distruttivo della dignità e della vita”.

Qual è stato il punto di partenza che avete adottato per il film?

“L’impostazione ce l’hanno data i superstiti e i familiari delle vittime ancor prima di iniziare le riprese. ‘Un solo errore’ nasce dunque dalla narrazione di queste persone che ci hanno fatto capire che, fin dai primi istanti dopo lo scoppio e per i successivi trent’anni, Bologna ha rappresentato uno sbaglio strategico e operativo. Si è visto nella reazione pronta della cittadinanza, nell’elaborazione del lutto da parte di chi aveva perso un congiunto, nel bastione costituito dall’associazione vittime contro trame eversive che soprattutto in quegli anni attraversavano l’Italia”.

Delle vittime e dei feriti si è parlato abbastanza in passato?

“In qualche modo alcuni lavori e alcune pubblicazioni raccontano le loro vicende. Però, di fatto, la dimensione della strage e il suo ricordo vengono sempre affidati alla sfera privata. Sono loro stessi, i familiari e i superstiti, che devono farsi carico di mantenere viva questa memoria mentre in un Paese normale questo compito dovrebbe essere svolto dalla cittadinanza intera, dallo Stato e dalle istituzioni. Invece alle vittime è demandato il ruolo solitario di bastioni della democrazia, aiutati solo fino a un certo punto dal pubblico. Il peso è sulle loro spalle. È questa l’impressione che abbiamo avuto”.

A proposito di memoria, nel documentario si vedono interviste a studenti bolognesi che non sembrano avere un’idea chiara di quanto accaduto.

“Questo è un aspetto molto particolare. Se gli stessi ragazzi delle scuole superiori di Bologna non riescono a rispondere alla semplice domanda ‘cosa è successo il 2 agosto 1980?’ o, quesito successivo, ‘chi è stato a compiere quell’attentato?’, significa che qualcosa non funziona nella trasmissione della memoria rispetto non solo alle stragi, ma alla storia del Paese. Dunque occorre prendere in considerazione il fatto che famiglia, scuola, mezzi di comunicazione e Stato abbiano fallito. Questo fallimento peraltro sembra pilotato o, meglio, interessato. Infatti le parole di Licio Gelli, il gran maestro della P2 condannato per i depistaggi nella strage di Bologna, paradossalmente sono simili a quelle dei giovani. Se per loro a macchiarsi di quel crimine sono state le Brigate Rosse, per Gelli le sentenze venivano scritte nelle sedi comuniste e nei covi delle Br. Esiste una curiosa assonanza tra queste risposte, non coscienti da parte degli studenti e invece del coscienti da parte del capo piduista. È un po’ strano”.

Gelli, che compare nel documentario, come ha accolto la proposta di rilasciare un’intervista?

“Si è dimostrato molto contento perché forse non si era reso conto del tutto di quello che era il nostro scopo. Ne viene fuori uno spaccato interessante perché le stesse parole di Gelli contribuiscono a ‘condannarlo’. La forza delle affermazioni di persone come Lidia Secci, Paolo Bolognesi e altri familiari e superstiti, rispetto a quelle del venerabile, sventa qualsiasi mistificazione della verità. Insomma, schiaccia quella che lo stesso Gelli chiama ‘l’ossidamento della memoria’, un limbo in cui i fatti dovrebbero cadere per venire poi dimenticati. E poi c’è l’intervista a Valerio Fioravanti, uno dei 3 neofascisti condannati in via definitiva come esecutore della strage. Lui dice che, nella vicenda di Bologna, è ‘andata di lusso’ a lui e agli altri 2 per i tanti ‘amici’ che hanno incontrato strada facendo, nel corso della loro vicenda giudiziaria”.

Tornando alle parole dei ragazzi, Lucarelli dice che la storia di Bologna forse non è stata raccontata abbastanza. Per colmare le lacune a cui si riferisce cosa si dovrebbe fare?

“Noi, come Associazione Pereira, stiamo lavorando in percorsi nelle scuole medie e superiori di tutta l’Emilia Romagna. Il nostro racconto parte dalle verità giudiziarie e non ci limitiamo alla bomba di Bologna e alle altre stragi. Parliamo di mafia, di trattativa e di tutti i fatti vergognosi che hanno inquinato la storia italiana. Poi, nel rapporto con gli studenti che frequentiamo, cerchiamo che siano loro stessi ad acquisire concetti di verità e giustizia da pretendere alle istituzioni. L’input deve venire da loro in modo che non succeda più di andare davanti a una scuola a chiedere dell’attentato di Bologna sentendo risposte tanto poco attinenti con i fatti. In conclusione devono essere proprio le giovani generazioni a incaricarsi di far camminare con loro chi non c’è più, dalle vittime della stazione a baluardi dell’integrità come i giudici siciliani Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, assassinati nel 1992”.