Paolo Gabriele, aiutante di camera della famiglia pontificia, resta l’unico indagato “per essere stato trovato in possesso illecito di carte riservate”. Ma il Giudice Istruttore del Tribunale dello Stato della Città del Vaticano gli ha concesso gli arresti domiciliari. I prossimi passi del procedimento sono “attesi nello spazio di alcuni giorni” e saranno “la requisitoria del Promotore di Giustizia sulla responsabilità per il reato di furto aggravato, e la seguente sentenza di rinvio a giudizio o di assoluzione da parte del giudice”. A dirlo è il portavoce della Santa Sede, padre Federico Lombardi, precisando che “un eventuale dibattimento, se ci sarà, avverrà in autunno inoltrato”.

Gabriele era stato arrestato il 25 maggio scorso dalla gendarmeria vaticana, ma percepisce ancora il suo stipendio: i suoi avvocati Carlo Fusco e Cristiana Arru assicurano che il loro assistito “ha collaborato ampiamente, fin dai primi momenti, con gli inquirenti e con il giudice istruttore. Ha fatto chiarezza sugli atti che lo hanno coinvolto”. I legali escludono anche la presenza di “complotti interni o esterni che facciano riferimento a Paolo Gabriele, che dietro cui non c’è nessuna rete di persone”.

Conosciuto in ambienti vaticani come ‘Paoletto’ , l’ex maggiordomo era uno dei laici ammessi all’interno delle stanze degli appartamenti papali. Definito come una persona semplice e molto devota al pontefice, faceva parte della selezionatissima cerchia di persone che lavorano a contatto con Benedetto XVI. Era stato proprio il Papa a incaricare a fine aprile i cardinali Herranz, presidente emerito della Pontificia Commissione per i testi legislativi, Tomko, prefetto emerito della Congregazione dell’Evangelizzazione dei popoli, e Salvatore de Giorgi, arcivescovo emerito di Palermo, di far luce sulle ripetute fughe di documenti riservati dagli archivi papali. Secondo i legali ”Gabriele ha manifestato il desiderio di chiedere perdono al Papa”.