Si può dimenticare di concludere un iter burocratico che intitola a Paolo Borsellino una palazzina confiscata alla mafia? A Trani si può.

Infatti la palazzina restituita alla società quale bene confiscato alla mafia, oggi sede di un gruppo di interforze (Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza), per sciatteria non è ancora Palazzo Borsellino. Il Sindaco la inaugurò davanti alla città ed al Ministro Maroni, chiedendo appunto che fosse intitolata a Borsellino, la commissione toponomastica si riunì per decretarne la titolazione, ma manca ancora qualcosa, perché quella palazzina ancora non ha il suo nome nonostante media e cittadinanza l’abbiano già metabolizzata come palazzo sottratto alla mafia e dedicato al giudice che andò incontro al suo destino con coraggio e spirito di servizio.

Non c’è una targa e sembra che la Giunta non abbia completato il provvedimento chiedendo la necessaria autorizzazione alla Prefettura. Insomma quello resta ancora il palazzo di Annacondia, il boss di Trani poi divenuto collaboratore di giustizia. Oggi, ad oltre 2 anni dalla sua inaugurazione quel nome a quella palazzina diventa un elemento simbolico importante per tutti. Dopo le rivelazioni sui pentiti sulla trattativa Mafia-Stato, dopo le ingerenze e le pressioni sui magistrati di Palermo che cercano di dare delle risposte chiare sui mandanti e le motivazioni della strage di Via D’Amelio, sciatteria e dimenticanza non sono tollerabili.

Io spero da tranese e da cittadino italiano che presto chi doveva completare l’iter lo completi, perché altrimenti potranno sorgere dubbi sulla reale volontà di dare un battesimo certo ad un simbolo dell’Italia migliore. Io credo che fino a quando non emergerà la verità sulla strage in cui persero la vita Borsellino e gli uomini e le donne della sua scorta, fino a quando i giudici non saranno messi in condizione di appurare tutta la verità senza blocchi o ingerenze che li costringano a nascondere verità inenarrabili, preferirò ascoltare l’inno quando ne avrò occasione con un piccolo taccuino rosso in mano, sul quale ogni 19 luglio appunto gli elementi che ci avvicinano o ci distanziano dalla verità. Non credo mi sarà più possibile ascoltarlo con la mano sul cuore come ho sempre fatto, perché la mia mano reggerà il libretto simile all’agenda rossa del giudice che non è stata più ritrovata.

Anche quest’anno il 19 luglio la palazzina tranese resterà senza nome, e senza i nomi dei responsabili della morte del Giudice Borsellino tutti gli italiani resteranno senza Verità e Giustizia. Quando intervistai a Trani il giudice Di Matteo il 17 febbraio di quest’anno alla domanda di cosa ne pensava delle dichiarazioni del Quirinale sui “giudici politicizzati” mi rispose che bene aveva fatto Ingroia a definirsi “partigiano della Costituzione”. Aggiunse con tristezza che qualora “si percepisse che la legge non è uguale per tutti, converrebbe spogliarsi della toga perché fare il magistrato diventerebbe non più l’espletamento di un servizio per la collettività ma l’esercizio di un potere, e non è questa la Magistratura”.

Mi piacerebbe in futuro passare sotto quel palazzo con i miei nipoti e poter dire loro che quel luogo porta il nome di Borsellino, e spiegar loro chi lo uccise e perché. Mi piacerebbe questo 19 luglio scrivere parole chiare sul mio taccuino rosso, ma purtroppo non lo potrò fare.

di Massimo Pillera