Contestare tesi apparse su un quotidiano a cui si collabora è una forma di grave ineleganza oppure espressione di apprezzabile pluralismo?

Nel caso sia “buona la seconda”, vorrei manifestare totale dissenso nei confronti dell’equiparazione lavoro-schiavitù teorizzata ieri su il Fatto Quotidiano da Massimo Fini. Convinto, come sono, che il Lavoro (con la “l” maiuscola) meriti ben più di qualche frettolosa considerazione blasé; magari da parte di chi vagheggia bimillenari ritorni a tempi in cui le attività manuali erano “macula servile”.

Perché il lavoro non è solo un insieme di pratiche, è una civiltà. Quanto i Padri Costituenti avevano ben chiaro vergando la Carta Costituzionale, non certo per ragioni bassamente economicistiche (e – vorrei ricordare – il “liberista” a cui Fini fa riferimento si chiamava Luigi Einaudi; da non confondere – pena la querela – con gli odierni NeoLib. Visto che aveva scritto, per un certo editore chiamato Piero Gobetti, il saggio “Le lotte del lavoro”, propugnandone la “bellezza”).

D’altro canto, come può parlarne con un minimo di conoscenza di causa chi probabilmente non ha mai neppure messo piede in una fabbrica del tempo che fu? Quella fabbrica che, pur con tutte le sue durezze, era uno dei luoghi più “sani” di un mondo oggi perduto; un luogo dove i rispettivi ruoli erano chiari, le differenti posizioni esplicite e i conflitti si manifestavano alla luce del sole. Ma anche un luogo dove giungevano a sintesi, nel comune impegno di realizzare qualcosa nel modo migliore, l’operosità borghese e il riscatto proletario. Dedizione e fierezza.
Chi scrive, nella sua vita spettinata, è stato piccolo imprenditore metalmeccanico per alcuni lustri. Così ha potuto imparare in presa diretta ad apprezzare quella che allora si chiamava “controparte”, capire che esisteva davvero una “cultura operaia” senza bisogno di leggere La chiave a stella di Primo Levi, conoscerne le tecniche di sopravvivenza come sapere pratico e le gerarchie informali, legate all’abilità di connettere al meglio mano e mente. Ricorda ancora l’operaio che gli estrasse uno sfrido metallico dall’occhio arrotolando a cilindro un foglio di carta, come l’altro che disse “questo è il mio capitale” mostrando le braccia. E non era retorica, ma consapevolezza (nessuno sapeva fare merletti al tornio e alla fresa come lui).

Al tempo stesso serba memoria delle famiglie borghesi in cui si educavano i figli a un senso del dovere latamente calvinistico: “fai tu quello che poi chiedi agli altri”… “primo ad entrare al lavoro, ultimo ad uscire”…

Certo, all’interno di questo intreccio valoriale perdurava il conflitto sociale. Non patologia, bensì formidabile spinta innovativa e integrativa. Perché era in questa dimensione che i cosiddetti dipendenti conquistavano i diritti del e per il lavoro, si trasformavano da moltitudine informe (e dispersa, come nell’età preindustriale del povero socialmente insignificante, prima ancora che endemicamente affamato) in un soggetto collettivo intenzionato ad autodeterminarsi e che apprendeva la solidarietà chiamandola mutualismo; smascherando il paternalismo insito nella carità, come cristallizzazione delle posizioni subalterne. Che poteva farlo proprio grazie alla sua centralità nei processi produttivi.
Certo, un mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Tanto che se il XX è stato il secolo del lavoro, il XXI rischia di essere quello dei lavoretti. Ma questo è il risultato di un’immane e perversa operazione politica grazie alla quale le plutocrazie finanziarie ora riprendono il controllo sociale smaterializzando la realtà. Dunque, spezzando tavole di valori e annientando ogni controparte in grado di opporsi.

L’attacco al Lavoro di questi decenni è stato tutto questo. Non capirlo, propugnando i manierismi dell’ozio, può andare bene nelle chiacchiere in un caffè di San Babila o sulla calata di Portofino. Ma – in tale maniera – si finisce soltanto per lavorare a vantaggio dei re di Prussia che stanno facendo strame dei diritti e della dignità. E, con essi, di un mondo che aveva una sua etica, una sua epica e perfino una sua estetica. Che va rivalutato (e ritrovato) al più presto.