“Con questa decisione la riduzione dei senatori è tutt’altro che garantita”: Carlo Vizzini, dimettendosi da relatore del ddl sulle Riforme costituzionali dopo l’evidenza dello scambio tra Senato federale e semipresidenzialismo pattuito da Lega e Pdl, rivela il danno che va ad aggiungersi alla beffa di un centrodestra che ha votato in ordine sparso sulla riforma del lavoro a Montecitorio, mentre si è espresso insieme con l’opposizione leghista a Palazzo Madama. Sempre più distante da quella maggioranza che dovrebbe tenere in sicurezza il governo di Mario Monti. La stessa che aveva sancito un accordo, benedetto dal Capo dello Stato Giorgio Napolitano, per ridisegnare l’architettura dello Stato e rinnovare la legge elettorale: riforma che non prevedeva il Senato federale né il semipresidenzialismo, ma ribadiva, invece, la riduzione dei parlamentari.

A Palazzo Madama, invece, l’inciucio tra Pdl e Lega, materializzatosi nell’approvazione del subemendamento del Carroccio che introduce un pasticciatissimo Senato federale, ha di fatto ufficialmente archiviato la stagione delle riforme. Impossibile approvarle in tempo utile (servono quattro letture, con tre mesi di pausa tra la seconda e la terza, e senza modifica), e semmai ci si riuscisse, passerebbero con maggioranza semplice e potrebbero essere soggette a referendum confermativo. “In questo caso, la responsabilità della mancata entrata in vigore sarebbe delle forze politiche che chiederanno questa conferma. Anche le riforme costituzionali volute dal centrosinistra sono state approvate con maggioranza semplice. Noi abbiamo vinto, approvando il testo che volevamo”, spiega il Pdl Lucio Malan. Non tutti, però, la pensano come lui nel confuso Pdl. Almeno ad ascoltare l’intervento di Marcello Pera: “Noi oggi sprechiamo, non capisco per quale logica politica della mia parte, un’occasione importante e fondamentale per riformare una Costituzione che ha bisogno di essere modificata”.

La logica politica pidiellina, però, è chiara: da un lato con le riforme è andato in soffitta anche il taglio dei parlamentari (il Pdl si è opposto alla proposta del Pd di stralciare la riduzione dei senatori dal resto del testo), dall’altro si è sperimentata l’opportunità di ricreare l’asse con la Lega, in vista di un confronto elettorale che, con l’attuale legge, vedrebbe entrambi i partiti in picchiata e, dunque, costretti a un’alleanza necessaria. Soprattutto dall’ottica dei due neoleader Angelino Alfano e Roberto Maroni, che hanno bisogno di tempo, per provare a scrollarsi di dosso i rispettivi ex numi, Silvio Berlusconi e Umberto Bossi. Questo, in teoria. Nella pratica, invece, la strategia rischia di ficcare il Pdl in un cul de sac. La trovata del semipresidenzialismo con una legge elettorale a doppio turno, tirata fuori in maniera del tutto estemporanea dal Cavaliere preso in contropiede dai rifiuti di Casini e Montezemolo, non ha avuto alcun seguito nè è stata realmente condivisa con gli altri partiti. Di contro, Berlusconi in questi giorni si è allenato anche sul modello tedesco, mentre Alfano considerava pure quello spagnolo. E il partito ha prestato il fianco all’urgenza della Lega di impedire qualsiasi riforma e di appuntarsi sul bavero la coccarda di un irrealizzabile Senato federale. Per ottenere in cambio che cosa? L’appoggio su un semipresidenzialismo che non vedrà la luce, e un riavvicinamento al vecchio alleato, subito smentito alla Camera.