E’ durata ancora per tutto il fine settimana la difesa a oltranza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, neanche fosse per legge immune alle critiche. In uno Stato di diritto io, anche da cittadina, ho persino il dovere di biasimare chi all’interno delle Istituzioni si renda protagonista di condotte disdicevoli. Non si tratta di polemizzare o di attaccare politicamente il Presidente della Repubblica; non si tratta di strumentalizzare. Ritengo semplicemente che sia indispensabile avere il buon senso di riconoscere eventuali illegittime ingerenze da parte di alte cariche dello Stato sulla giustizia, anche a rischio di risultare impopolari. E’ proprio questo il caso. Altro che “insinuazioni” e “sospetti”. Altro che complotti ai danni del Capo dello Stato (e poi, non è forse vero che nel 1991 l’asse Mancino-Napolitano attaccò violentemente Cossiga, chiedendo l’impeachment?). Qui di complotto ce n’è soltanto uno: quello contro la verità!

Le conversazioni intercorse tra il consigliere D’Ambrosio e l’ex vicepresidente del Csm Mancino, pubblicate integralmente dal Fatto Quotidiano, rivelano in maniera inequivocabile la natura intromissiva dell’intenzione di intervento da parte del Quirinale in procedimenti penali delicatissimi, che potrebbero svelare verità nascoste da un ventennio e più. Viene da chiedersi: da quando la Presidenza della Repubblica, per mezzo dei suoi consiglieri, ha il mandato di dispensare suggerimenti e strategie “difensive” ai cittadini chiamati a rispondere alle domande dei magistrati? Ancora nessuno ha inteso rispondere a questa domanda.

Napolitano, per la lettera inviata al procuratore generale della Cassazione, si è “difeso” utilizzando la scusa, peraltro inammissibile, della richiesta di “coordinamento” tra le procure. Forse non tutti sanno che non è prerogativa del Presidente della Repubblica coordinare le procure, né è compito del pg della Cassazione. Napolitano e il suo staff lo sanno: per questo cercano di coinvolgere il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso in questa scabrosissima vicenda.

Il Presidente della Repubblica è semplicemente indifendibile, anche perché dalle intercettazioni si evince la sua vera intenzione: evitare un confronto “pericoloso” a un testimone (Nicola Mancino).  Napolitano ritiene strumentale la disapprovazione nei confronti di chi progetta un intervento sul collegio di un tribunale per impedire il confronto tra due testi? Per quale motivo il Quirinale dovrebbe preoccuparsi di eventuali contrasti tra le testimonianze di due testi chiamati a rispondere nell’ambito di un procedimento penale? Non è forse questo un modo per intralciare la giustizia e impedire la ricerca della verità?

Se veramente il Presidente della Repubblica avesse chiesto al suo consigliere giuridico di suggerire a Mancino un confronto privato con Martelli in vista di quello di fronte ai magistrati, infatti, ci troveremmo di fronte ad un vulnus istituzionale senza precedenti. Come va interpretata, secondo il Quirinale, quell’intercettazione? E come vanno interpretate le parole sul procuratore capo di Palermo Francesco Messineo? D’Ambrosio, in una conversazione con il solito Mancino, dice addirittura “Una cosa è più facile parlare con il pm, perché… chiedere… io quello che si può parlare è con Grasso, per vedere se Grasso dice… eh… di evitare… cioè questa è l’unica cosa che vedo perché Messineo, credo che non dirò mai… deciderà Di Matteo… dirà così no”.

Già, deciderà Di Matteo. Ecco. Il problema, per tutte le personalità pubbliche, politiche o istituzionali coinvolte in quest’inchiesta sulle trattative Stato-mafia, è proprio lui: il sostituto procuratore Di Matteo, reo persino di scrivere libri. Intransigente, questo Pubblico Ministero. Troppo. Ecco perché (non so se lo avete notato) questo magistrato risulta essere sempre più isolato, emarginato. In procura e fuori dalla procura. L’ho detto qualche giorno fa e lo ribadisco oggi: sembra di rivivere il 1992.

Se a “sbagliare” è stato Loris D’Ambrosio, il quale comunque rivela a Mancino che “il Presidente se l’è presa a cuore”, l’Italia si aspetta da parte di Napolitano un gesto forte: prenda le distanze dal suo consigliere e smentisca le affermazioni dalle quali traspare un atteggiamento poco commendevole del Capo dello Stato, intento a palesare, per mezzo proprio di D’Ambrosio, la ferma volontà di intervenire in qualche modo a “difesa” di Mancino.

Napolitano condivide l’idea di D’Ambrosio secondo la quale i magistrati di Palermo tengono aperte delle “voragini” per infilarci dentro tutto quello che può loro “fare comodo”? Napolitano condivide la risposta di D’Ambrosio alla richiesta di Mancino di incontrare il Procuratore Nazionale Antimafia Pietro Grasso in gran segreto?

Io credo che il Presidente Pertini, alle pressanti richieste di Mancino avrebbe risposto con una pernacchia. Al limite, se proprio avesse voluto dare un consiglio, allora gli avrebbe detto di recarsi dai magistrati  e di raccontare tutta la verità di cui era in possesso. Ma non è più il tempo dei confronti. Continuare sarebbe offensivo per la memoria di Sandro Pertini.