Per il Presidente della Repubblica si tratta di “irresponsabili illazioni” e “parlare di ‘misteri del Quirinale’ è soltanto risibile”. In una nota il Colle risponde a quanto pubblicato da Il Fatto Quotidiano, in merito alle indagini sulla trattativa, il patto segreto tra pezzi delle istituzioni e Cosa Nostra nel periodo 1992-93. Il riferimento è a una lettera del Quirinale, indirizzata nei primi mesi di quest’anno al procuratore generale della Cassazione Vitaliano Esposito, nella quale si chiedono chiarimenti sulla configurabilità penale della condotta degli esponenti politici coinvolti nell’indagine. Una lettera collegata a una sollecitazione dello scorso dicembre dell’ex senatore Nicola Mancino, particolarmente preoccupato per il suo coinvolgimento nell’inchiesta, per cui il Quirinale avrebbe sollecitato informazioni sulle inchieste segnalando l’opportunità di raggiungere una visione giuridicamente univoca tra le procure di PalermoFirenze Caltanissetta. Tutte parallelamente impegnate nella verifica del ruolo di ex ministri e parlamentari nel biennio della trattativa. All’origine un’intercettazione del 9 dicembre del 2011 di Mancino che, parlando al telefono con il magistrato Loris D’Ambrosio, uno dei principali consiglieri di Giorgio Napolitano, si definisce “un uomo solo” dopo il suo interrogatorio davanti alla procura di Palermo. L’ex ministro è accusato di falsa testimonianza nell’indagine sulla trattativa e secondo gli inquirenti avrebbe detto il falso con l’obiettivo di assicurare l’impunità anche ad alti esponenti delle istituzioni. E D’Ambrosio al Fatto, conferma che Mancino “ha insistemente chiamato il Presidente” e “lamentava un accanimento di Palermo nei suoi confronti”.

In relazione ad alcuni commenti di stampa sul contenuto di intercettazioni di colloqui telefonici tra il senatore Mancino e uno dei consiglieri del Presidente della Repubblica, si ribadisce che ovvie ragioni di correttezza istituzionale rendono naturale il più rigoroso riserbo, da parte dei consiglieri, circa i loro rapporti con il Capo dello Stato“, afferma nella nota il Quirinale. “Tuttavia, per stroncare ogni irresponsabile illazione sul seguito dato dal Capo dello Stato a delle telefonate e ad una lettera del senatore Mancino in merito alle indagini che lo coinvolgono, si rende noto il testo della lettera inviata dal Segretario generale della Presidenza, Donato Marra, in data 4 aprile 2012, al Procuratore generale presso la Corte di Cassazione”.

Questo il testo della lettera: “”Illustre Presidente, per incarico del Presidente della Repubblica trasmetto la lettera con la quale il senatore Nicola Mancino si duole del fatto che non siano state fin qui adottate forme di coordinamento delle attività svolte da più uffici giudiziari sulla “c.d. trattativa” che si assume intervenuta fra soggetti istituzionali ed esponenti della criminalita’ organizzata a ridosso delle stragi degli anni 1992-1993. Conformemente a quanto da ultimo sostenuto nell’Adunanza plenaria del Csm del 15 febbraio scorso, il Capo dello Stato auspica possano essere prontamente adottate iniziative che assicurino la conformità di indirizzo delle procedure ai sensi degli strumenti che il nostro ordinamento prevede, e quindi anche ai sensi delle attribuzioni del procuratore generale della Cassazione fissate dagli artt. 6 D.Lgs. 106/2006 e 104 D.Lgs. 159/2011; e ciò specie al fine di dissipare le perplessità che derivano dalla percezione di gestioni non unitarie delle indagini collegate, i cui esiti possono anche incidere sulla coerenza dei successivi percorsi processuali. Il Presidente Napolitano le sarà grato di ogni consentita notizia e le invia i suoi più cordiali saluti, cui unisco i miei personali”.

Il comunicato del Quirinale conclude osservando che “risulta dunque evidente che il Presidente Napolitano ha semplicemente – secondo le sue responsabilità e nei limiti delle sue prerogative – richiamato l’attenzione di un suo alto interlocutore istituzionale su esigenze di coordinamento di diverse iniziative in corso presso varie Procure: esigenze da lui stesso espresse nel tempo, anche in interventi pubblici svolti al Csm per ‘evitare l’insorgere di contrasti ed assicurarne il sollecito superamento’, proprio ed esclusivamente al fine di pervenire tempestivamente all’accertamento della verità su questioni rilevanti, nel caso specifico ai fini della lotta contro la mafia e di un’obbiettiva ricostruzione della condotta effettivamente tenuta, in tale ambito, da qualsiasi rappresentante dello Stato”.