Sulla natura parziale del migliorista Giorgio Napolitano, anche e soprattutto in veste di Presidente della Repubblica, non ho mai nutrito alcun dubbio, visti i comportamenti assunti durante il governo Berlusconi ed essendosi più volte mostrato scortese e poco attento nei confronti di chi, legittimamente, gli chiedeva un sostegno per battaglie oggettivamente condivisibili. Ma le notizie degli ultimi giorni, sul suo attivismo a favore di testimoni reticenti come Mancino, e addirittura di indagati, forse non me le aspettavo neanche io.

Il Fatto Quotidiano di ieri racconta della vicenda scabrosa che ha visto Napolitano protagonista di un episodio legato alla storia giudiziaria di Silvio Scaglia: un nome che forse suonerà estraneo a molti, ma non a tutti. Scaglia è il fondatore di Fastweb. Un uomo la cui ricchezza è stata stimata in un miliardo di dollari americani dalla rivista finanziaria Forbes.

Silvio Scaglia è indagato per il reato di associazione a delinquere finalizzata all’evasione fiscale, non per un furto di caramelle. Eppure come scrive Bruno Tinti nell’articolo pubblicato ieri sul Fatto Quotidiano “Il problema è che questa abitudine di intervenire (ma la parola esatta tecnicamente è interferire) nei processi in corso è molto radicata in un gran numero di persone, in particolare in quelli che, saliti in punta alla piramide, si convincono che vedere il mondo da quell’altezza li renda diversi dagli altri uomini e che sono loro consentite cose che ad altri non sarebbero e che, anzi, costituirebbero reato o quantomeno illecito disciplinare”. Come Napolitano che, affatto intimidito da cotanta accusa, alla moglie del manager che lo scongiura di intervenire in favore del marito non riesce proprio a dire di no. Quindi le risponde assicurandole che chiederà copia degli atti.

Il giorno in cui invitai Napolitano a unirsi alla manifestazione delle Agende Rosse del 26 settembre 2009, compresi perfettamente che lui, con la gente che chiede verità e giustizia, non vuole avere nulla a che fare. Preferisce intrattenere rapporti con chi cerca di sottrarsi e di sfuggire alla giustizia e ai confronti di fronte ai magistrati. Gradisce maggiormente scrivere accorate lettere di cordoglio ai figli di un ex Presidente del Consiglio morto da latitante.

Ma non volevo demordere. Quindi, quando appresi che Giorgio Napolitano, nel pomeriggio del 19 gennaio 2010, decennale della morte del tangentista per eccellenza, avrebbe incontrato la Fondazione Craxi, e che aveva scritto una lettera ai figli di Craxi per manifestare il proprio dolore, mi chiesi come mai non aveva mai commemorato tante altre vittime innocenti della mafia. Ebbi pure l’accortezza di scrivergli, per chiedergli la ragione per cui non aveva mai ricordato mio padre, ammazzato a colpi di pistola perché i latitanti li braccava. Napolitano, offendendo profondamente le belle anime che ogni anno ricordano mio padre e quelle altre vittime innocenti della mafia e del terrorismo anche solo con un fiore, mi fece rispondere dal suo portavoce, Pasquale Cascella, che definì le mie “accuse” subdole e sconcertanti e con il quale procedemmo ad uno snervante botta e risposta a mezzo stampa. Il giorno dopo pubblicai la lettera di Cascella e la mia replica, perché personalmente non avevo nulla da nascondere. Anzi, volevo che tutti sapessero. Cosa si prova a rileggere quel “carteggio” oggi, che abbiamo le prove di come la Presidenza della Repubblica abbia più volte tentato di interferire, senza averne alcun titolo, in indagini e processi?