Assoluzione. E’ lo stesso pg della Cassazione, Oscar Cedrangolo, pubblica accusa, a chiedere di confermare l’assoluzione del senatore Pdl, Marcello Dell’Utri dall’accusa di tentata estorsione, con l’aggravante mafiosa, per il caso della sponsorizzazione della pallacanestro Trapani. E’ stato quindi sollecitando il rigetto dei ricorsi presentati sia dalla Procura generale di Milano e sia della parte civile contro la sentenza pronunciata il 20 maggio 2011 dalla Corte d’appello di Milano. Il difensore della parte civile, invece, ha chiesto la condanna per l’ex presidente dei Publitalia senza passare per un nuovo processo d’appello che nel caso in questione sarebbe il terzo. 

Il senatore Marcello Dell’Utri, infatti, è di nuovo sotto esame della Cassazione. Non da solo. Il suo coimputato è il boss Vincenzo Virga capomafia trapanese in carcere. La vicenda giudiziaria riguarda una ipotizzata tentata estorsione. Riconosciuta a fasi alterne dai giudici di Milano dove si sono già celebrati ben tre processi d’appello. Nell’ultimo, il 20 maggio dell’anno scorso, Dell’Utri e Virga sono stati assolti. Il Pg, Isabella Pugliese aveva chiesto 2 anni. Oggi la seconda sezione penale della Cassazione potrebbe decidere un quarto appello. Il ricorso è stato presentato dall’avvocato generale di Milano, Laura Bertolè Viale e dalla parte civile, Vincenzo Garraffa, medico e imprenditore rappresentato dall’ avvocato Antonio Funari. Secondo il collegio milanese presieduto da Marta Malacarne, Dell’Utri ha “mobilitato due mafiosi del calibro di Vincenzo Virga e Michele Buffa per convincere”, nel ’92, Garraffa, ex patron della Pallacanestro Trapani, “a rispettare l’impegno”: la restituzione in nero di 530 milioni di lire, parte di una sponsorizzazione ottenuta attraverso Publitalia di cui Dell’Utri era presidente. Lo stesso collegio, però, ha ritenuto che non ci fossero prove sufficienti per dimostrare che la visita di Virga e Buffa sia stata intimidatoria, dato che Garraffa aveva “frequentato” i due mafiosi. Il quadro probatorio, hanno scritto, lascia “ampio spazio all’ipotesi che tale visita avesse rappresentato un tentativo di interposizione mediatoria del Virga non ostile al Garraffa, effettivamente volta ad aggarbare la vertenza insorta…”. Una tesi assolutoria che, secondo quanto ha potuto leggere il Fatto, Bertolè Viale demolisce: per violazione dei limiti entro i quali i giudici avrebbero dovuto muoversi, su ordine della Cassazione, e per aver ignorato “le risultanze processuali” riconosciute anche dalla Suprema corte.

La Cassazione aveva annullato il secondo processo d’appello perché i giudici avevano derubricato il reato di tentata estorsione in minaccia e quindi avevano dichiarato la prescrizione. Pertanto aveva ordinato un terzo appello intimando ai nuovi giudici di chiarire esclusivamente se da parte del boss Virga, per conto di dell’Utri c’era stata minaccia e di conseguenza tentata estorsione (Garraffa non ha pagato) o se invece c’era stata quella che in diritto si chiama “desistenza volontaria”, un abbandono spontaneo del progetto criminale da parte di Dell’Utri. I giudici dell’appello “tris”, però, hanno scelto una terza via: assoluzione degli imputati perché il mafioso Virga è stato un semplice mediatore.

Scrive Bertolè Viale: “In nessuna parte delle decisioni di merito e nemmeno in quelle della Cassazione risulta….che Virga si possa essere proposto come equidistante fra i due contendenti (Dell’ Utri e Garraffa, ndr). E’ infatti indubbio che non solo il mandato a Virga era stato conferito esclusivamente da Dell’Utri... ma specialmente che detta visita doveva collegarsi strettamente con il precedente incontro fra Garraffa e Dell’Utri conclusosi con la frase proferita da quest’ultimo: ‘ho uomini e mezzi per farle cambiare idea’”. In un passaggio del ricorso c’è anche una domanda retorica: per la Corte d’appello “che cosa avrebbe dovuto fare Dell’ Utri per poter essere considerato responsabile del reato di tentata estorsione, dopo aver già mandato un capomafia a dar consistenza alla sua intimazione di ‘avere uomini per farle cambiare idea’? Avrebbe dovuto forse ordinare un attentato alle sue cose o alla sua persona incorrendo in altri e più gravi reati?”.

Sulla stessa linea la parte civile. E l’avvocato, Giuseppe Culicchia, che ha rappresentato Garraffa nei quattro processi celebrati a Milano dichiara al Fatto: “se i giudici d’appello non avessero disatteso i ‘paletti’ posti dalla Cassazione non si discuterebbe un altro ricorso. Ora il timore è che la prescrizione cancelli tutto”. Il tempo scade a fine 2014.