Era un ragazzo più grande di me, ci ritrovammo nella stessa classe alle superiori, stringemmo subito amicizia. Era un’amicizia profonda, venivamo da periferie lontane di Roma, facevamo il tifo per squadre diverse, avevamo alle spalle storie diverse, ma l’amicizia è così, fiorisce dove meno te l’aspetti.

Un giorno andammo a casa sua, dalle parti di Cinecittà, mi parlò di suo padre che faceva il vigile del fuoco, ne parlò con un misto di ammirazione e orgoglio. Mi mostrò un po’ di foto, poi mi disse: “Comincia ad avere i suoi anni, ma ancora sa fare la bandiera”. “Cos’è la bandiera?” gli chiesi io. “Appoggia le mani a un palo piantato in verticale, e solleva il corpo in orizzontale. Come una bandiera, appunto”. Mi sembrava una cosa impossibile a farsi, una di quelle invenzioni mitiche che trasformano ogni padre in un supereroe agli occhi del proprio figlio. Ma lo disse con una tale convinzione che non potei far a meno di credergli. Ricordo che abbassò lo sguardo per un momento, si fece pensieroso, poi con un’occhiata apprensiva e timida mi chiese: “Ti ricordi di Alfredino?”.

Alfredino Rampi. Successe nell’81, era un ragazzino di sei anni e morì dentro un pozzo, a 60 metri di profondità, nella campagna vicino Frascati. I giornalisti piantarono le tende per 18 ore nei pressi del pozzo, ci fu la diretta della Rai a reti unificate, il primo caso nella storia della televisione italiana di una tragedia privata che diventa spettacolo, un’anticipazione di quella che sarebbe diventata una consuetudine giornalistica, la cronaca live, il reality show. L’Italia ne uscì cambiata per sempre. Come potevo non ricordarmelo?

“Mio padre”, disse il mio amico, “era lì”. Lo lasciai parlare, ero curioso e al tempo stesso spaventato. Alfredino era nato due anni dopo di me, le persone della mia generazione quella storia se la portano dentro come un sigillo indelebile, il pozzo, il buio nelle viscere della terra, la materializzazione dei peggiori incubi di ogni bambino.

Il padre del mio amico era il vigile Nando, che parlò ad Alfredino per una notte intera, gli promise che una volta fuori dal pozzo l’avrebbe portato a fare un giro sull’autopompa, gli disse che stava arrivando a salvarlo Mazinga Zeta col suo braccio rotante (in realtà era il suono della trivella che scavava un canale parallelo). Due giorni dopo Nando raccontò a un cronista del Messaggero: “Quando mi sono alzato dall’orlo del pozzo per riposarmi e ho ceduto per un attimo il posto al mio collega Mario, Alfredo mi ha detto: “Non voglio un altro vigile”. Io gli ho risposto: “Ma questo è un mio amico che adesso viene a prenderti”. E Alfredo: “Voglio soltanto te”.

Ecco, non ci si riprende più da una cosa così. E infatti Alfredino cambiò tutto. Non cambiò solo il modo di fare televisione, cambiò la testa della gente, i media scoprirono che l’orrore, quello vero, fa spettacolo. Il grido microfonato di Alfredino che chiamava la mamma arrivò in tutte le case. La Tv del dolore emetteva il suo primo vagito.

Sono passati più di trent’anni da quella tragedia. Ho saputo che oggi il mio amico fa il vigile del fuoco, proprio come suo padre Nando. Ci siamo scritti un paio di volte, ma tutto è così lontano, le distanze del tempo, la storia d’Italia che ci è passata sopra feroce, e le storie nostre, private, dolci e amare, come tutte le storie.

La prima repubblica è morta lì, a Vermicino, affogata come il bambino nel fango, la sua fine non è stata all’inizio degli anni Novanta, con l’avvento di Mani Pulite, con la fine dei partiti, con le stragi di mafia. La sua fine è datata 13 giugno 1981. Ci vollero 28 giorni per tirare fuori il corpo di Alfredino Rampi dal pozzo. Non sono bastati 31 anni per avere indietro il cadavere di quell’Italia. Oggi, più che mai, sprofondata nel fango.