vietnam Kim Puch napalmAnni fa i corpi dei bambini bruciati dalle guerre suscitavano l’indignazione di chi non sopportava il “cattivo gusto delle immagini raccapriccianti”. La costrizione del “documentare senza offendere” ha cresciuto narratori straordinari: dal miliziano di Robert Capa che in Spagna cade alzando al cielo il fucile, a Kim Puch, quella bambina che piange spogliata dal napalm ed inseguita da una nuvola nera: Vietnam, giugno 1972, sono passati 40 anni. “È la disperazione che inginocchia i generali di Washington. Milioni di americani scrivono al presidente: “adesso basta, torniamo a casa”. Intanto il fotografo Huynh Cong vince il premio Pulitzer mentre Kim Phuc passa da un ospedale all’altro per nascondere le piaghe delle ustioni. Ospedali americani come la bomba che le aveva cambiato la vita.

Alla fine gli Stati Uniti se ne vanno e il Vietnam si trasforma in un paese impenetrabile: nessuno può andare e raccontare. Ma nel 1985 riaprono le ambasciate, tornano i giornalisti. Prima gli americani, noi europei 15 giorni dopo. Nick Cong vive a New York, il suo nome non sembra gradito. Eppure da lontano per la seconda volta dà una mano a Kim Phuc: nel grigiore del delta Mekong sognava di fare il medico perché da quand’era piccola aveva conosciuto soprattutto ospedali. Gli americani che nel ‘85 tornano a Saigon, tornano con i giornali dei ricordi dieci anni dopo la sconfitta. Sia Time che Newsweek ripetono la stessa copertina: la corsa della bambina che sta bruciando. Al suo fianco piange un ragazzo diventato il garçon che riporta le camicie stirate agli ospiti stranieri. In ogni camera trova la stessa fotografia. Si riconosce. Fa rapporto al direttore, il quale informa le autorità, la notizia arriva al governo: finalmente ha un nome la bambina che ha scandalizzato il mondo. La trascinano a Saigon. Le spiegano che quel suo dolore ha condannato gli invasori.

Insomma, eroina con l’obbligo di incontrare i giornalisti che stanno arrivando e con Sandro Viola un mattino la incontriamo all’università. Sembrava una scuola di campagna: aule aperte versoi il cortile dove i muratori impastavano la calce con le mani. Kim, un giunco sottilissimo, 21 anni, avvolti nell’ao-dai, abito da cerimonia. Racconta qualcosa e subito piange. “Me l’hanno detto appena un mese fa e non riesco a controllare l’emozione perché mai immaginavo che la mia brutta storia potesse fermare le bombe di chi ci bormbardava”.

Le mostriamo i giornali dove apre le braccia per chiedere aiuto. Non ricorda dov’era e l’ora della nuvola di fuoco e se qualcuno insiste ricomincia a piangere. “Sono scappata tante volte…”. Ancora una volta il Nick inconsapevole le apre l’ultima porta. Nei giornali dell’Avana Kim corre attorno al basco del Che. La invitano per continuare gli studi e il Vietnam la fa partire, in fondo è la ragazza che ha umiliato chi umilia Castro. E quando si sposa, viaggio di nozze a Mosca. Scappa durante il ritorno; il Canada è la nuova patria. La ritrovo qualche anno fa nelle foto della cerimonia che la consacra ambasciatrice dell’Unesco: il giunco si è trasformato in una massaia con due bambini ma la sua vita continua a girare attorno alla foto. Un libro di memorie, tanti incontri tv. A Saigon non è più tornata: “Un incubo ormai lontano”.

Il Fatto Quotidiano, 2 Giugno 2012