L’Irlanda ha abbandonato il ruolo di bestia nera dei trattati europei. Il 60,3 per cento degli irlandesi ha votato sì alla ratifica del cosiddetto fiscal compact, ossia il patto di stabilità europeo firmato da 25 dei 27 Stati membri dell’Ue, escluse Gran Bretagna e Repubblica Ceca. Per il primo ministro Enda Kenny si è trattato di un segnale importante sulla volontà degli irlandesi di affrontare le difficoltà economiche. Nonché una sorta di trionfo personale.

“La decisione è un passo necessario per la ripresa, ora dobbiamo impegnarci per realizzarla”, aveva commentato ancora prima dell’ufficialità dei risultati, ma quando l’esito del voto sembrava ormai scontato, il vicepremier Eamon Gilmore ai microfoni di radio RTE, ha detto che “chiedere ai cittadini di votare sì non è stato un semplice esercizio di democrazia, ma un’occasione per sentire cosa hanno da dire”. Dublino è stato l’unico governo a sottoporre la ratifica alla volontà dei cittadini. Già due volte in passato, tuttavia, gli irlandesi avevano bocciato i trattati europei sottoposti per costituzione a referendum: nel 2001 quello di Nizza e nel 2008 quello di Lisbona. Per poi cambiare idea in una seconda successiva consultazione, soltanto dopo aver ottenuto concessioni.

“Il trattato non cambierà niente, ma il prossimo anno avremmo nuovamente bisogno di soldi, semplice” ha detto una donna alla Bbc, spiegando il perché del suo “sì”. Alla fine del 2010, dopo aver preso sulle spalle i debiti delle banche locali, il governo irlandese è stato costretto ad accettare un prestito da 85 miliardi di euro da Ue e Fondo monetario internazionale garantendo in cambio un piano di austerity da 1,5 miliardi. Una vittoria del no avrebbe complicato l’accesso di Dublino a nuovi fondi in caso di necessità.

Si è trattato della vittoria della paura contro la rabbia, come qualche commentatore si è affrettato a ricordare. Quasi facendo eco all’elettrice citata dalla Bbc, Johnny Fallon in un editoriale sull’Irish Independent ha scritto che “ora che il voto si è chiuso inizia la battaglia”. Il rischio, sottolinea il commentatore politico, è che il governo ritenga il voto un sostegno all’Unione europea o una cambiale in bianco per il futuro. “Molti elettori si sono turati il naso”, ha continuato.

Per il sì si sono spesi i principali partiti del Paese: il conservatore Fine Geal del premier Kenny, il Partito laburista, suo alleato di governo, il centrista Fianna Fail che prima delle elezioni di febbraio 2011 aveva dominato incontrastato la politica irlandese. Sebbene sul carro dei vincitori, i laburisti potrebbero essere quelli ad accusare maggiormente il risultato del voto, perdendo consensi a favore del Sinn Fein di Gerry Adams. Il partito considerato a lungo il braccio politico dell’Ira, ma il cui leader fu tra gli artefici degli accordi del Venerdì Santo, tappa fondamentale nel processo di pace in Irlanda del Nord, si è schierato assieme ai socialisti per il no.

Una strategia che sta pagando, almeno stando ai sondaggi secondo cui il Sinn Fein, nella sfida tra i partiti di sinistra, ha ormai doppiato i laburisti del vicepremier Gilmore, il cui indice di gradimento è ormai lontano dai tempi in cui il partito sedeva sui banchi dell’opposizione. “In campagna elettorale il governo ha fatto dichiarazioni chiare riguardo il fardello dei salvataggi alle banche e su iniziative per favorire crescita e occupazione. Ora li inchioderemo a quanto detto” ha ammonito Adams, che ha voluto sottolineare come, nonostante la vittoria, nel comitato per il sì ci sia poco da festeggiare. I vincitori sono consci che sull’esito pesano i timori dei cittadini per la disoccupazione al 14 per cento e altri quattro anni di austerità. Paure che si rifletto in una spaccatura “di classe” di quella metà degli aventi diritto che ha scelto di andare ai seggi. Zone rurali e classe media hanno in maggioranza votato per il sì. Come scrive Fallon sono persone che hanno un lavoro e sicurezza e temono le conseguenze di una bancarotta del Paese. Mentre nella fasce della società più colpite dall’austerità, dove si fa sentire la disoccupazione, ha prevalso il no. A vantaggio del Sinn Fein.

di Andrea Pira