Sono le due del mattino. Da qui, a qualche ora la terra tremerà altre 60 volte. le ruspe demoliscono la casa della società operaia. Era un teatro, poi venne raso al suolo e una delle ditte di costruzioni più importanti della provincia ricostruì quello che poi è diventato un condominio, per la parte che si affaccia su via Cavour, studi medici, tra cui la pediatra Nadia Lugli per la parte opposta, che guarda quello che rimane del centro storico di Cavezzo. Uno dei complessi più nuovi e pregiati del paese, un bilocale costava 150.000 euro. Dopo la prima scossa gli operai erano già al lavoro per restaurarlo. Ieri quel condominio si è sdraiato su se stesso, si è sciolto. E non si capisce il motivo. L’hanno finito di costruire sette anni fa, avrebbe dovuto resistere. Almeno sulla carta. Invece è crollato. Una parte del tetto, con la scossa di ieri mattina, si è adagiata al piano terra. Tre piani moderni che si scoprono vulnerabili più dei casolari di campagna costruiti un secolo fa, quando il cemento era armato dalle pietre.

Qualcosa non ha funzionato, nella fase di progettazione. E in quella di costruzione. Niente ha funzionato. La fortuna, sempre che il termine sia concesso, è che dentro non c’era nessuno. E la parte che era rimasta in piedi, viene demolita dalle ruspe.

Cavezzo da ieri mattina è un paese fantasma. Non dorme nessuno, ma intorno non si sente una persona che abbia voglia di parlare. Sono tutti in strada, qualcuno nelle tende personali, moltissimi nelle auto. Di edifici rimasti in piedi ce ne sono pochi. Ma quelli che hanno resistito sono quelli più vecchi. “Non siamo più a casa nostra”, dicono tre ragazzi. Hanno vent’anni, a Cavezzo sono nati, ma oggi hanno la consapevolezza che non rimarranno. “Non ci sono più le abitazioni, non c’è più il lavoro. Andremo via, anche se questa era casa nostra. Camminare in questo centro e non avere più i riferimenti perché sono venuti giù è un’impressione che si fatica a esprimere”.

 

C’è un polo industriale, sulla strada che da Cavezzo porta a Medolla, che fino al 20 maggio era la fonte di sopravvivenza. Oggi quel polo industriale, alimentare e biomedicale, non esiste più. La Menu, colosso della ristorazione, sulla statale 12, è danneggiata e la sede dichiarata non agibile. Si trova di fronte alla Hemotronic, tre vittime e un’attività nel campo della fornitura di apparecchi per la dialisi, che probabilmente non riaprirà più. In un fazzoletto di terra di pochi chilometri quadrati se ne sono andati via cinquemila posti di lavoro. È questo l’incubo, molto più delle macerie, molto più dei boati che precedono le scosse.

La notte corre via con i vigili del fuoco che scavano, le ruspe che demoliscono, e le persone che non dormono perché negli occhi hanno incubi che non riusciranno mai più a cancellare. Non è un caso che le farmacie da campo tengano ansiolitici e sonniferi. Un po’ di chimica in attesa che il sole provi a cacciare via il freddo e la paura, che diventa insopportabile quando le luci artificiali illuminano le strade fantasma di paesi fantasma.

La domanda oggi è come riusciranno a rialzarsi. C’è tempo di pensare anche a questo, perché il sonno non arriva e non potrebbe mai arrivare. “Ci avevamo provato a tornare alla vita normale, la cercavamo con avidità, ora non sappiamo cosa pensare e augurarci”, dicono all’interno della tendopoli di Medolla. Lo dice il sindaco, Filippo Molinari, due figli piccolissimi, Francesco e Lorenzo che giocano e mangiano cioccolata, come se fosse una festa. Al sindaco qui vogliono bene. È un ragazzo con la testa sulle spalle e in questo giorni lo ha dimostrato. Dietro all’aria apparentemente bonaria ha tirato fuori gli artigli quando ha chiesto al prefetto ulteriori mezzi di soccorso e aiuti. “Non possiamo”, la risposta.