Alcuni docenti del liceo scientifico Gullace di Roma hanno indetto uno sciopero per la prima ora del 29 Maggio, con sit-in davanti alla sede centrale, al quale parteciperanno anche studenti e genitori.

I motivi della protesta sono quelli che hanno animato il dibattito negli ultimi mesi: in primo luogo i test Invalsi. Rispetto ai quali i docenti sottolineano “in particolare il pericolo di trasformare la scuola in un banale luogo di addestramento ai quiz, che hanno già portato alla distruzione dei sistemi scolastici pubblici, soprattutto nei paesi anglosassoni (Usa ed Inghilterra). In questo senso, attraverso l’immiserimento e la banalizzazione dei contenuti e l’autoritarismo, la scuola pubblica sta perdendo il suo valore e consegnando gli studenti alle scuole private”.

Al Gullace, dove le prove Invalsi sono state “imposte” senza la necessaria delibera del collegio docenti, l’esodo verso accoglienti scuole paritarie è particolarmente grave e sentito, specie per il ruolo fondamentale che in questo “trasferimento” avrebbe giocato il Dirigente Scolastico, Marcello Greco, sollecito nel rilasciare i nulla-osta agli alunni “in fuga” a fine aprile senza informare i docenti. Al dirigente i docenti imputano una gestione “proprietaria” della scuola, comportamenti ritorsivi nei confronti degli insegnanti, una revisione personale degli organi collegiali, esautorati arbitrariamente di alcune funzioni.

Non sarebbe la prima volta che un dirigente scolastico, forte anche delle indicazioni contenute nella normativa Brunetta, che gli assegna poteri di gestione del personale e possibilità di irrogare sanzioni più ampi che in passato, riesce a determinare una condizione di generalizzato malessere nell’ambito di un istituto scolastico. E probabilmente, nell’epoca della mania della valutazione, i dirigenti dovrebbero essere i primi a rispondere concretamente della propria capacità di gestire una scuola. Una capacità che si esplica anche nella propensione a creare all’interno dell’istituto scolastico un ambiente plurale, di condivisione, nel necessario rispetto dei reciproci ruoli e delle reciproche funzioni.

Una delle raccomandazioni che Profumo predilige ultimamente è quella alla creatività. Essa permetterebbe alla scuola di superare una serie di criticità che, a detta del ministro, sarebbero più ipotetiche che reali, più frutto del disfattismo di pochi, che dato della realtà oggettiva. A molti parrebbe più produttivo, invece che continuare a minimizzare i contenuti del disagio, procedere ad un ascolto realmente attento delle ragioni di una parte del mondo della scuola. Ma “ascolto” è una formula linguistica cara a tutti i ministri sul piano teorico, nei fatti boicottata da tutti.

La domanda è: a chi giova continuare ad ignorare la richiesta che al ministro proviene dalle centinaia di lettere aperte, di appelli, di riflessioni che in molti producono, senza che ciò porti ad una effettiva interlocuzione? L’impressione è che, in un contesto in cui al Consiglio dei Ministri non interessa il consenso della popolazione, ma quello dei mercati e dei poteri forti (e, di conseguenza, l’assenso formale della maggioranza del Parlamento), a questo Ministro e a questo ministero non interessi affatto il consenso – tantomeno le opinioni – della scuola. A chi giova continuare ad ignorare disagio e proteste, in un clima di insoddisfazione e di scontento che ormai investe anche molti docenti motivati e competenti?

D’altra parte il rischio, in queste delicate battaglie che stanno investendo la scuola pubblica, è sempre legato alla capacità di proporle in una cornice convincente, non pretestuosa, scevra da schieramenti aprioristicamente “contro”. Quello che una parte dell’opinione pubblica può recepire – schiacciata anche da un’informazione invasa dal pensiero unico dell’amministrazione – è l’idea erronea di insegnanti impegnati in un ostruzionismo senza se e senza ma a qualsiasi forma di valutazione.

È una lettura comoda, che rinuncia a capire le ragioni più autentiche di una protesta che si infrange nella mancanza di ascolto: da parte del ministero, autoreferenzialmente assestato su una imposizione della valutazione degli apprendimenti degli alunni che non tiene conto dei pareri degli “addetti ai lavori”; da parte di alcuni dirigenti, impegnati ad affermare miopemente se stessi come controparte, e non come attore di un’interlocuzione che, se praticata nella civiltà e nel rispetto reciproco, non può che giovare all’istituzione scolastica e al suo fine, il successo formativo degli alunni.