Mentre nella città da cui è partita la carriera politica di Obama fioccavano proteste e arresti, nella sede del vertice della Nato si lavorava a una dichiarazione finale spendibile politicamente nella campagna elettorale dell’attuale presidente americano. Un accordo quindi doveva essere trovato, e infatti così è stato. Il vertice Nato di Chicago si è chiuso come doveva chiudersi, almeno sul tema principale, quello dei tempi del ritiro delle truppe Isaf dall’Afghanistan. I paesi dell’Alleanza atlantica hanno confermato il calendario del ritiro della missione Isaf che entro la fine del 2014 lascerà il paese asiatico dove al momento sono impegnati circa 130 mila soldati. Per la metà del 2014, invece, si prevede che sarà completata la “transizione” ovvero la restituzione all’esercito e alla polizia afgani del controllo su tutto il territorio nazionale.

Il neopresidente francese François Hollande ha ottenuto il via libera dagli altri alleati per anticipare il rientro del contingente francese alla fine del 2012, due anni prima di quanto faranno gli altri paesi, Italia compresa. Nelle intenzioni dell’Alleanza, però, il ritiro francese non dovrebbe aprire la “fuga” dalle montagne afgane. Tutt’altro.

La presenza a Chicago del presidente afgano Ahmid Karzai dove servire proprio a discutere i termini della futura presenza internazionale in Afghanistan. Come ha detto una fonte Nato, «è chiaro che Isaf deve terminare nel 2014, ma è altrettanto chiaro che non possiamo lasciare il paese del tutto».

La Nato quindi dovrà studiare quella che con ogni probabilità sarà un’altra missione, con nuovo nome e nuova struttura operativa, per continuare a fornire assistenza, addestramento, logistica e supporto (anche sul campo) all’esercito e alla polizia afgani, fino a quando questi non saranno in grado di «fare da soli». Quando ciò potrebbe avvenire, però, è materia di congettura. Le previsioni parlano di circa 4,5 miliardi di dollari l’anno necessari a mantenere in piedi l’apparato nazionale di sicurezza afgano – di cui peraltro si sta studiando una riduzione calibrata per evitare di creare una macchina insostenibile per la fragilissima economia del paese.

L’ipotesi della nuova missione è contenuta in un passaggio della dichiarazione finale del vertice: «La Nato è pronta per lavorare alla creazione, su richiesta del governo della Repubblica islamica dell’Afghanistan, di una nuova missione post-2014, di diversa natura, per addestrare, consigliare e assistere le Forze di sicurezza nazionali afgane, comprese le Forze per le operazioni speciali».

Karzai, da parte sua, appena pochi giorni prima del vertice aveva annunciato che esercito e polizia afgani sono pronti per una ulteriore “transizione” che porterà sotto la diretta responsabilità delle forze armate nazionali fino al 75 per cento della popolazione afgana.

Non è stata affatto risolta, invece, un’altra questione molto spinosa, ovvero i rapporti con il Pakistan. Tra i partecipanti al vertice – da 50 paesi, compresi i 28 membri dell’Alleanza – c’era anche il presidente pakistano Asif Ali Zardari, la cui presenza è già stata un segnale di disgelo tra Islamabad e la Nato, i cui rapporti sono molto tesi fin da quando, alla fine di novembre 2011, 24 soldati pakistani vennero uccisi da un raid aereo dell’Alleanza. Zardari ha discusso con i vertici della Nato la riapertura delle linee di rifornimento che dal Pakistan raggiungono le truppe in Afghanistan, linee aperte con il contagocce proprio da quell’incidente che ha creato enormi problemi al governo pakistano e ha accentuato la diffidenza dell’esercito di Islamabad nei confronti degli Usa – già molto criticati per il raid contro Bin Laden. Non è stato raggiunto alcun accordo, soprattutto perché il Pakistan chiede garanzie proprio sui raid che i droni statunitensi conducono oltre la frontiera per colpire basi di guerriglieri talebani. Garanzie che la Nato non ha ancora fornito. Secondo il presidente statunitense Barack Obama, tuttavia, «stiamo facendo progressi». Il presidente Usa tuttavia nel suo discorso non ha mancato di omettere il Pakistan dalla lista dei paesi amici che stanno facendo «uno sforzo determinante» per i rifornimenti del contingente in Afghanistan. Un segnale che la stampa pakistana non si è fatta sfuggire.

Meno spazio, invece, per altri temi a partire da quello più rilevante, ovvero la nuova natura della Nato stessa che, dai tempi della guerra contro la Serbia nel 1999, ha cambiato pelle almeno due volte. L’Afghanistan, in questo senso, è stato un test: la Nato ha capito – anche se ufficialmente non lo ammette – di non essere in grado di fare quel “nation building” che era la missione principale nel paese asiatico. Ora bisognerà tornare indietro ai “semplici” affari militari, al core business dell’Alleanza (stile guerra di Libia). Ma bisognerà farlo lontano dai vertici e dalle proteste, senza dare l’impressione di una ritirata.

 di Joseph Zarlingo