Economia ferma, salari bloccati. Sono i due dati principali che emergono dal rapporto annuale dell’Istat, presentato questa mattina. Tra il 1992 e il 2011, spiega l’istituto di statistica, “l’economia italiana è cresciuta in termini reali a un tasso medio annuo dello 0,9%. La sua performance è stata migliore nel periodo 1992-2000 (+1,8 in media annua), mentre tra il 2000 e il 2011, la crescita media annua rallenta, attestandosi allo 0,4%. Con un punto percentuale in meno all’anno, il nostro Paese si colloca in ultima posizione tra i 27 stati membri, con un consistente distacco rispetto sia ai paesi dell’Eurozona sia a quelli dell’Unione nel suo complesso”.

Nel rapporto si sottolinea come la dinamica congiunturale del Pil, misurato al netto della stagionalità e degli effetti di calendario, “si è indebolita nella seconda parte dell’anno: alla tenue crescita del primo e secondo trimestre (rispettivamente +0,1 e +0,3%) sono seguite due variazioni negative (dello 0,2 nel terzo e dello 0,7% nel quarto). Sulla base delle informazioni a ora disponibili, confermate dall’andamento di un nuovo indicatore sintetico del clima di fiducia il primo trimestre sarà caratterizzato da un’ulteriore flessione dell’attività”. In questo quadro, anche le statistiche anagrafiche mostrano un paese inadatto alle famiglie. Vero è che la popolazione italiana è cresciuta di 2 milioni 687mila unità in vent’anni (il confronto è col 1991), per un totale di 59 milioni e 464mila persone, ma il merito è quasi tutto degli stranieri residenti che, nell’ultimo decennio, sono quasi triplicati raggiungendo quota 3 milioni 770mila (pari a 6,3 ogni cento residenti).

LAVORO E REDDITO

Insomma, l’economia italiana non sta bene. E a risentirne sono soprattutto i lavoratori. Secondo l’istituto di statistica, il tasso di disoccupazione raggiungerà in Italia il 9,5% nel 2012 (dall’8,4% del 2011), salendo ulteriormente al 9,6% nel 2013. Per chi un lavoro lo ha, del resto, i salari rimangono fermi. “Tra il 1993 e il 2011 – spiega l’Istat – le retribuzioni contrattuali mostrano, in termini reali, una variazione nulla, mentre per quelle di fatto si rileva una crescita di quattro decimi di punto l’anno”. Come risultato, negli ultimi due decenni “la spesa per consumi delle famiglie è cresciuta a ritmi più sostenuti del loro reddito disponibile, determinando una progressiva riduzione della capacità di risparmio. Complessivamente dal 2008 il reddito disponibile delle famiglie è aumentato del 2,1 per cento in valori correnti, ma il potere d’acquisto (cioé il reddito in termini reali) è sceso di circa il 5 per cento. Le retribuzioni da lavoro dipendente hanno aumentato la loro incidenza sul reddito disponibile delle famiglie, passando dal 39,3 per cento del 1992 al 42,8 per cento del 2011. Al contrario – osserva l’Istat – i redditi da lavoro autonomo hanno complessivamente ridotto il loro contributo alla formazione del reddito disponibile, dal 28,8 per cento del 1992 al 25,3 per cento nel 2011. Il contributo dei redditi da capitale alla formazione del reddito disponibile si è piu’ che dimezzato, passando dal 16,1 per cento del 1992 al 6,8 per cento del 2011. 

PRECARI, MAI COSI TANTI DAL 1993

Nel 2011 l’incidenza dei precari sul complesso del lavoro subordinato è al top dal 1993. “Dal 1993 al 2011 gli occupati dipendenti a termine – sottolinea l’Istat – sono cresciuti del 48,4 per cento (+751 mila unità) a fronte del +13,8 per cento registrato per l’occupazione dipendente complessiva. Nel 2011 l’incidenza del lavoro temporaneo sul complesso del lavoro subordinato è pari al 13,4 per cento, il valore più elevato dal 1993; supera il 35 per cento (quasi il doppio del 1993) fra i 18-29enni”. 

 “Tra il 1993 e il 2000 – spiega l’Istat – rimane sostanzialmente stabile intorno al 40 per cento il tasso di permanenza, a distanza di un anno, dei 18-29enni nel lavoro dipendente a termine. Dopo il 2000 il tasso di permanenza cresce fino al 50 per cento del 2005-2006 e si porta fino al 56,3 per cento nel periodo 2010-2011”. Prosegue, evidenzia il rapporto, “la discesa dell’occupazione a tempo pieno e a durata indeterminata (-105 mila unità pari a -0,6 per cento) ed è cresciuta quella a tempo parziale e indeterminato (+63 mila, pari al 2,3 per cento in più)”. Aumento dovuto, secondo l’Istat, “esclusivamente dai lavoratori che hanno accettato un lavoro a orario ridotto non riuscendo a trovarne uno a tempo pieno (dal 42,7 per cento del 2010 al 46,8 del 2011). Sono aumentati i contratti a tempo determinato e di collaborazione (+5,3 per cento pari a 136 mila unità), concentrati prevalentemente nelle posizioni alle dipendenze. Come già nel 2010, è aumentato soprattutto il numero di contratti di breve durata: quelli fino a sei mesi sono cresciuti dell’8,8 per cento (+83 mila unità), mentre è diminuito quello dei contratti con durata superiore all’anno (-32 mila unità)”.

PAESE SENZA MOBILITA’ SOCIALE

Cresce il peso dei lavoratori atipici (dipendenti a tempo determinato, collaboratori o prestatori d’opera occasionale) sul totale degli occupati: ha iniziato con un lavoro atipico il 44,6% dei nati dagli anni ’80 in poi. Il primo lavoro è stato atipico nel 31,1% dei casi per la generazione degli anni ’70; nel 23,2% gli anni ’60 e in circa un sesto tra le generazioni precedenti. A dieci anni dal primo lavoro atipico, poi, quasi un terzo degli occupati è ancora precario e uno su dieci è senza lavoro. 

Del resto, la mobilità sociale nel Paese rimane molto bassa. Il passaggio a lavori standard è più facile per gli appartenenti alla classe sociale più alta, mentre chi ha iniziato come operaio in un lavoro atipico, dopo dieci anni, nel 29,7% dei casi è ancora precario e nell’11,6% ha perso il lavoro. Tra le categorie a maggiore rischio di povertà spiccano i separati e i divorziati (20,1% contro il 15,6% dei coniugati). Le ex-mogli corrono un rischio maggiore (24% in media) rispetto agli ex-mariti (15,3% in media). Solo se la donna ha un’occupazione a tempo pieno, la rottura dell’unione ha gli stessi effetti economici per i due ex-coniugi (13 per cento il rischio di povertà per entrambi). I rischi di mortalità sono più elevati per le persone delle classi sociali più basse, soprattutto per le donne. Le 25-64enni con livello di istruzione meno elevato presentano un rischio di mortalità circa doppio rispetto alle coetanee con titolo di studio più elevato; per gli uomini della stessa età una bassa istruzione comporta un rischio di morire superiore dell’80% rispetto ai più istruiti.

NORD E SUD

Negli ultimi 15 anni, in presenza di una continua riduzione della propensione al risparmio, la povertà relativa in Italia ha registrato una sostanziale stabilità: la percentuale di famiglie che si trovano al di sotto della soglia minima di spesa per consumi si è mantenuta intorno all’11 per cento. Resta però ampio il divario territoriale: al Nord l’incidenza della povertà è al 4,9 per cento, sale al 23 per cento al Sud. Particolarmente grave risulta la condizione delle famiglie residenti in Basilicata, Sicilia e Calabria, dove nel 2010 il fenomeno riguarda più di una famiglia su quattro. E’ inoltre peggiorata la condizione delle famiglie più numerose.  Nel 2010 risulta in condizione di povertà relativa il 29,9 per cento delle famiglie con cinque e più componenti (più sette punti percentuali rispetto al 1997). Nelle famiglie con almeno un minore l’incidenza della povertà è del 15,9 per cento. Complessivamente sono un milione 876mila i minori che vivono in famiglie relativamente povere (il 18,2 per cento del totale); quasi il 70 per cento risiede nel Mezzogiorno.

SOMMERSO ED EVASIONE 

La crisi “ha verosimilmente allargato l’area dell’economia sommersa” in Italia che nel 2008 era stimata in una forchetta compresa tra 255 e 275 miliardi di euro, cioe’ tra il 16,3 e il 17,5% del Pil. “In Italia l’economia sommersa – sottolinea l’Istat – è un fenomeno rilevante che influenza negativamente il posizionamento competitivo del Paese”. Il peso del sommerso sul Pil, tuttavia, “risulta in riduzione rispetto al 2000, quando era compreso tra il 18,2 per cento e il 19,1 per cento”.

BAMBOCCIONI SENZA SCELTA

Figli sempre più a lungo, sempre più istruiti ma ancora fortemente influenzati dalla classe sociale di provenienza dalla quale, nonostante l’elevata mobilità sociale assoluta, è ancora difficile uscire per fare il proprio ingresso in una più alta. E’ la fotografia dei giovani italiani negli anni 2000. Faticano a uscire di casa, dunque, i ragazzi italiani che in quattro casi su dieci, nella fascia compresa tra i 25 e i 34 anni, vivono ancora con i genitori. Di questi, il 45% dichiara di restare in famiglia perché non ha un lavoro e/o non può mantenersi autonomamente. 

SUD SENZA ASILI NIDO

Resta bassa in Italia l’offerta di nidi pubblici, con notevoli differenze nella diffusione territoriale: otto Comuni del Nord-est su dieci dispongono di asili nido, contro due del Sud. In particolare, i Comuni in cui è presente il servizio sono il 78 per cento al Nord-est (83% in Friuli-Venezia Giulia e in Emilia-Romagna), circa il 48 e il 53 per cento rispettivamente al Centro e al Nord-ovest, mentre nel Sud e nelle Isole solo il 21 e il 29 per cento dei Comuni ha offerto il servizio sotto forma di strutture comunali o sovvenzionate.

PRIMI IN EUROPA PER RIFIUTI, MA AUMENTA LA DIFFERENZIATA

In Italia si producono 533 chili di rifiuti urbani pro capite all’anno, 23 in più rispetto alla media Ue. Valori superiori alla media nazionale si registrano per le regioni del Centro (circa 600 chili pro capite) mentre nel Mezzogiorno la quantità è più contenuta (485). A livello nazionale, nel 2009 circa la metà dei rifiuti urbani raccolti è smaltito in discarica, valore in discesa di quattro punti percentuali rispetto a un anno prima. In Sicilia, Liguria e Lazio le quote di rifiuti che finiscono in discarica sono ancora superiori all’80 per cento. Nel Mezzogiorno solo la Sardegna, con il 42 per cento ha ottemperato alla direttiva comunitaria di scendere sotto ai 230 kg di rifiuti pro capite smaltiti in discarica. Tra le regioni che impegnano maggiori risorse economiche per la gestione dei rifiuti, la Lombardia è quella che ricorre di meno allo smaltimento in discarica (34 kg per abitante), mentre la Sicilia è quella che vi fa maggiormente ricorso (456 kg per abitante).