Quattro capi d’accusa principali, e tutti molto pesanti, sono stati formalizzati dalla polizia dello stato indiano del Kerala contro Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, i due fucilieri di Marina del battaglione San Marco, accusati di aver ucciso il 15 febbraio scorso due pescatori indiani davanti le cose del Kerala, ma in acque internazionali.

I tre capi d’accusa sono basati sugli articoli 302, 307, 427 e 34 del codice penale: omicidio (302) per i due pescatori uccisi; tentato omicidio (307) per gli altri pescatori che erano a bordo del peschereccio contro il quale – secondo l’accusa – i marò avrebbero aperto il fuoco scambiandolo per una imbarcazione pirata; condotta dannosa (427) e associazione per delinquere (34). Nell’atto di accusa, inoltre, la polizia del Kerala ipotizza anche la violazione della Convenzione internazionale per la repressione degli atti illeciti e delle minacce alla sicurezza marittima, del 1988, secondo cui la giurisdizione di uno stato si estende fino a 200 miglia dalla costa. Immediata la risposta del ministero degli Esteri italiano, che ha diramato una nota dal contenuto inequivocabile: “Alla luce degli sviluppi della situazione in Kerala e dei capi di imputazione a carico dei due militari italiani Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, l’Ambasciatore a New Delhi Giacomo Sanfelice è stato richiamato a Roma per consultazioni con il Governo”. Se non è crisi diplomatica poco ci manca.

Le accuse, secondo l’agenzia di stampa indiana Pti, sono state presentate questa mattina dalla polizia di Kollam, a poche ore dalla scadenza del termine di 90 giorni previsto dalla legge indiana per la carcerazione preventiva. Dopo questo periodo, si può chiedere la liberazione su cauzione degli imputati, operazione che ora diventa più difficile visto che le autorità indiane potrebbero concludere che esiste il pericolo di fuga.

La notizia della formalizzazione delle accuse è arrivata a i due marò mentre, nel carcere di Poojapura, a colloquio con il sottosegretario agli esteri Staffan De Mistura che continua ormai da tre mesi la sua opera di pressione sulle autorità indiane per arrivare a una definizione della controversia giuridica e politica innescata dal caso. De Mistura ha incontrato oggi pomeriggio – ora locale – il chief minister (capo del governo) del Kerala, Ooman Chandy. Un incontro che il sottosegretario italiano ha definito «duro». «Ho manifestato il mio disappunto – ha spiegato all’agenzia Ansa De Mistura – perchè l’unica cosa che lui poteva e doveva fare in questa vicenda dei nostri marò era eseguire la richiesta della Corte suprema del Kerala di rendere operativo il trasferimento invece di accettarla, allontanandone però l’esecuzione di altri 20 giorni». La riunione, a porte chiuse, è stata «ferma e senza convenevoli», ha detto ancora De Mistura, che ha aggiunto che per il resto della vicenda «abbiamo convenuto che la parola passa ai giudici».

Decisamente diversa, invece, l’atmosfera dell’incontro che lo stesso De Mistura ha avuto con l’arcivescovo di Trivandrum, monsignor M. Soosa Pakiam. Pakiam ha lanciato un appello affinché l’Italia, con altri paesi, si adoperi per una migliore regolamentazione delle attività di contrasto alla pirateria, in modo da tutelare i pescatori «che rischiano la vita ogni giorno». De Mistura ha promesso un tale interessamento «quando questo caso sarà finito» e ha ripetuto che «nella peggiore delle ipotesi in questa vicenda i nostri militari sono incorsi in uno sfortunato, non voluto, incidente, che quindi esclude totalmente la possibilità di omicidio volontario», che invece è stata inserita tra le accuse della polizia indiana.

Fin dall’inizio del caso dei due marò, ormai più di tre mesi fa, è apparso chiaro che districare la matassa giuridica sarebbe stato molto difficile. Si sono alternati momenti di ottimismo a chiusure improvvise da parte delle autorità indiane, specialmente di quelle del Kerala, che attraverso questa vicenda stanno conducendo anche un braccio di ferro politico nei rapporti con il governo federale di New Delhi.

Pochi giorni fa un segnale positivo era stata l’autorizzazione a lasciare il porto di Kochi, concessa alla Enrica Lexie, la nave su cui i marò erano imbarcati come parte del Nucleo militare di protezione (Nmp) con funzione di scorta anti-pirateria. L’incriminazione formale era in qualche modo attesa, specialmente dopo i risultati della perizia balistica sulle armi dei marò che aveva concluso che i proiettili trovati nel corpo dei due pescatori e sul peschereccio erano «compatibili» con quelli in dotazione ai fucilieri di Marina.

Le prossime mosse processuali, ora, dovranno avvenire su due piani. Da un lato, l’Italia continuerà a contestare la giurisdizione indiana sul caso, ma dall’altro bisognerà anche approntare per i due marò una difesa processuale efficace nel caso in cui ci sia – com’è probabile – il rinvio a giudizio davanti a un tribunale del Kerala.

di Joseph Zarlingo

modificato da Redazione Web alle 16.31 del 18 maggio 2012