Impazza il toto-nomine per il rinnovo dei vertici Agcom. Ieri infatti è scaduto il mandato del presidente Corrado Calabrò e dei commissari dell’Autorità che vigila sul sistema delle telecomunicazioni italiane. Chi scriverà le regole di par-condicio, frequenze televisive, governance di Internet per i prossimi sette anni? E soprattutto la composizione della nuova agenzia riuscirà a garantire pluralismo e libera concorrenza in televisione come in Rete? Difficile. Perché ancora una volta la nomina dei suoi componenti sarà diretta emanazione della politica, anzi peggio: dei partiti.

A niente sono servite le richieste di centinaia di migliaia di cittadini riuniti nell’Open Media Coalition: adottare procedure trasparenti, pubblicare i curricula dei candidati e svolgere una valutazione comparativa. Meglio le solite clientele politiche.

In attesa di sapere chi siederà nella stanza dei bottoni di tlc e dintorni, ci sono poltrone che non saranno nemmeno scalfite dall’imminente valzer di nomine. Posti che contano, come quello del segretario generale Roberto Viola. Il suo nome era finito anche fra i papabili successori di Calabrò provocando la sua secca smentita: “Nessuna candidatura alla presidenza dell’Agcom, sono altri i progetti professionali futuri”. La nota prosegue così: “Voler accostare il mio nome a una presunta area politica di riferimento è lesivo della mia dignità professionale, del mio curriculum e ha il solo scopo di indurre a sospettare dell’indipendenza di giudizio con la quale ho svolto e svolgo il mio ruolo”. E qui casca l’asino perché, con buona pace di curriculum e dignità professionale, il suo impegno nell’agenzia è stato spesso a favore delle televisioni dell’ex presidente del consiglio Silvio Berlusconi. “Viola ha una serie di competenze professionali di livello internazionale – dice una fonte qualificata dell’Authority – Peccato che tanta bravura sia più a servizio di Mediaset che degli italiani”. Una tesi confermata dalle parole del diretto interessato: quando finisce nelle intercettazioni dei magistrati di Trani. E’ lui infatti che parla al telefono con l’ex commissario Giancarlo Innocenzi arrovellandosi il cervello per mettere il bavaglio a Michele Santoro e alla sua Annozero, colpevole di andare in onda con una puntata sul caso Mills, argomento particolarmente sgradito a B. “Con il codice dei processi, Santoro ci si è pulito una cosa che manco ti posso dire per rispetto”, dice Viola a Innocenzi. E ancora: “Avremmo messo a punto una strategia, adesso la cosa più urgente e importante è che si faccia il comitato di vigilanza, perché poi è quello che andrà, diciamo, il dossier che prepariamo…”. Nell’inchiesta di Trani, Viola non è stato neanche indagato, ma la sua disponibilità nel cercare di risolvere i problemi dell’ex premier non passa inosservata, tant’è che nel novembre 2011 Berlusconi brama di averlo come sottosegretario alle Comunicazioni del governo tecnico di Mario Monti.

La stessa propensione ad aiutare il Cavaliere e le sue aziende la si può trovare in molti provvedimenti e delibere che, a partire dal 2004 (quando arriva ai vertici dopo cinque anni in cui ricopre ruoli minori), vedono l’Agcom protagonista: dalla legge Gasparri, alla transizione della televisione dall’analogico al digitale, fino al disciplinare di gara dell’ex beauty contest.

Ma andiamo con ordine: nel 2004 stringe rapporti con i commissari più vicini al Biscione, in particolare con Antonio Pilati considerato “l’estensore ombra” della Legge Gasparri. Secondo una fonte del ministero delle Comunicazioni, è lui che “suggerisce la sostituzione dei limiti ai ricavi pubblicitari della precedente normativa (la Legge Maccanico, ndr) con il Sic”, il sistema integrato delle comunicazioni, rendendo di fatto molto più difficile accertare eventuali sforamenti ai tetti antitrust da parte di Cologno Monzese.

La disciplina che regola la libera concorrenza nel settore televisivo prevede che nessun editore possieda più del 20 per cento dei canali esistenti. Mediaset supera questo limite e la soluzione individuata da Viola è a dir poco fantasiosa: i canali Pay per view vengono identificati come “servizi dell’informazione” sfuggendo così al conteggio. Poco dopo lo stesso problema si pone per le reti + 1, quelle che trasmettono lo stesso palinsesto delle generaliste del Biscone con un’ora di differita. Anche qui l’Agcom fa un mezzo miracolo: quei canali non possono essere conteggiati perché formalmente non esistono, non essendo mai stati autorizzati.

Si arriva così al famoso beauty contest, la gara per assegnare quelle frequenze “liberate” dal passaggio della tv al digitale che l’Ue impone di assegnare a nuovi player in modo da aprire il mercato. Il meccanismo, elaborato dall’ex ministro Paolo Romani e considerato un enorme regalo a Mediaset, prevede che sia l’Authority a scrivere il disciplinare di gara. Regole del gioco, pubblicate ai tempi in esclusiva dal fattoquotidiano.it, erano scritte in modo da favorire smaccatamente Cologno Monzese ai danni di Sky e dei nuovi eventuali concorrenti: guadagnavano più punti e scalavano le classifiche quelle realtà già operanti sulle reti terrestri. Chi? Mediaset ovviamente, proprietaria di Rti, che a sua volta possiede Elettronica industriale, la più grande società privata di impianti di alta frequenza in Italia. E di chi era la longa manus dietro l’ennesimo favore alla famiglia Berlusconi? “Di Roberto Viola. Uno che sulle ‘questioni importanti’ conta più dello stesso Calabrò”, sostiene una fonte di Agcom.

Il mandato del segretario generale dell’Agenzia è stato prorogato fino a dicembre 2013. Quindi è lecito attendersi che, in un Agcom dove, grazie a una falla del decreto Salva Italia, il Pdl comanderà ancora più di prima, i favori a Mediaset non smetteranno, anzi. Peccato però che questi siano in aperto contrasto con gli obiettivi individuati dall’Unione europea che parlano di pluralismo e di un mercato in cui ci sia una vera competizione fra i vari players. E che paradossalmente sono anche nello statuto dell’Autorità di garanzia.  

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