La politica entra nel pallone. E così i candidati alle elezioni presidenziali francesi, in attesa del ballottaggio previsto per il 6 maggio, ieri sera erano tutti interessati alla finale di Coppa di Francia disputata allo Stade de France di Parigi. Di fronte, da una parte la piccola Union Sportive Quevillaise, squadretta semi-amatoriale di Le Petit-Quevilly (piccolo comune di 22 mila abitanti dell’Alta Normandia), che milita nei bassifondi della terza divisione francese e che mai è stata un club professionistico nella sua storia. Dall’altra, il grande Olympique Lyonnais, habitué dei grandi palcoscenici della Champions League.

Questo tipo di scontri non è una novità per la Coppa di Francia. Grazie al regolamento del torneo che, sulla falsariga della Fa Cup inglese, prevede la partecipazione dei dilettanti e il sorteggio integrale. Per la cronaca ha vinto 1-0 il Lione. Ma il Quevilly entrerà lo stesso nella piccola storia dei miracoli del calcio, coma accadde nel 2000 al Calais, altra squadra protagonista di un’entusiasmante cavalcata dalla quarta serie alla finale di coppa, dove fu sconfitta dal Nantes. Per rendere l’idea del divario economico ieri in campo, l’intero budget del Quevilly ammonta a poco meno di 2 milioni di euro: la metà dello stipendio del solo Yoann Gourcuff, trequartista del Lione con un passato non troppo felice nel Milan. Davide contro Golia, poveri contro ricchi, dilettanti che arrivano a sfidare i grandi. Una volta queste storie avrebbero entusiasmato la rive gauche del pallone. Ma non oggi.

Detto che lo sfidante socialista Hollande tifava Quevilly (non fosse altro che per ragioni geografiche, essendo nato a Rouen, di cui il piccolo comune di Le Petit-Quevilly è un sobborgo) e che l’attuale presidente Sarkozy si è trincerato dietro un ecumenico “vinca il migliore”, la novità è rappresentata dal Front National della corteggiatissima Marine Le Pen. La figlia del fondatore del Front, Jean Marie, ha infatti cercato di appropriarsi della morale della favola della piccola squadra di terza serie arrivata in finale. Eric Domard, consigliere per lo sport della Le Pen, alla vigilia della partita ha emesso un comunicato in cui ha lodato “combattività, determinazione e coraggio della squadra della Normandia: valori esemplari contrapposti al calcio business e ai suoi salari stravaganti”.

Ancora più in là si è spinto Jacques Gaillard, candidato frontista alle legislative nella circoscrizione di Quevilly, che prima ha attaccato la squadra di Lione come “figlia della globalizzazione”. E poi ha elogiato “i giocatori del Quevilly, lontani dal calcio business e dai salari indecenti, che hanno dimostrato che i piccoli club possono farsi valere di fronte alle multinazionali del calcio francese, spesso finanziati dagli stranieri”. Al di là dei deliri razziali e nazionalisti dei frontisti, il valore politico di quest’ultima affermazione è nel fatto che può essere letto come un vero e proprio attacco diretto a Sarkozy.

Il riferimento di Gaillard, non troppo velato, è al Paris Saint-Germain (PSG), la cui proprietà da maggio del 2011 è passata nelle mani della Qatar Investment Authority. Operazione che è stata condotta con il beneplacito esplicito del presidente Sarkozy, che del PSG è grande tifoso. Da quando Sarkozy è al potere, le relazioni tra Francia e Qatar sono diventate ancora più strette: l’emiro Hamad Bin Khalifa Al Thani è stato il primo capo di stato ricevuto all’Eliseo e da allora è stato tutto un susseguirsi di favori, tra operazioni immobiliari e acquisti di aerei dell’Airbus. Ecco perché oggi una critica al PSG vale come una critica a Sarkozy. A ridosso delle elezioni, gli intrecci tra calcio e politica in Francia si ingarbugliano ancora di più.

E a farne le spese, oltre che la favola del Quevilly di cui ha tentato di appropriarsi il Front National, potrebbe essere Carlo Ancelotti, da gennaio nuovo tecnico del PSG. Partito con ambizioni di gloria, e con iniezioni di petroldollari da tramortire la concorrenza, il PSG era considerato da tutti strafavorito per il titolo, ma ora si trova a -5 in classifica dal Montpellier. E venerdì Hollande ne ha approfittato, utilizzando il tecnico italiano come pretesto per attaccare il rivale nella corsa all’Eliseo. “Ho saputo che l’allenatore del PSG guadagna sei milioni a stagione – ha detto al settimanale L’Equipe – A quel prezzo spero proprio che il PSG diventi campione di Francia”. La politica francese, una settimana dal voto finale per le presidenziali, è proprio nel pallone.