Recuperavano crediti da imprenditori della provincia di Modena per conto di altri imprenditori e su di loro grava il sospetto di appartenenza al clan dei casalesi. Per questa ragione sono state firmate 9 ordinanze di custodia cautelare dal gip di Bologna Andrea Scarpa su richiesta del sostituto procuratore della Direzione distrettuale antimafia Enrico Cieri. Le ipotesi di reato, formulate nel corso di un’inchiesta partita nel luglio 2011 e condotta dai carabinieri della compagnia di Sassuolo, comprendono l’estorsione e la rapina aggravate dall’uso delle minacce, delle armi e del metodo mafioso.

Otto gli arrestati (mentre uno dei destinatari del provvedimento si è reso latitante), tutti di origine campana ma trapiantati da anni in Emilia, dove hanno operato per lo più nel settore dell’edilizia all’interno del comprensorio della ceramica. Si tratta di Antonio e Renato Corvino, nati rispettivamente nel 1980 e nel 1966 a San Cipriano e a Casal di Principe ed entrambi residenti a Cavezzo (Modena), Biagio Del Prete, 58 anni, originario sempre di Casal di Principe per quanto da anni viva a Finale Emilia, Angelo Lanno, 36, di Atripatria e residente a Novi di Modena, e Luigi Melucci, classe 1967, che da Villa Briano (Caserta) si è trasferito a Mirandola. Tra i restanti arrestati risultano Enrico Palummo, nato a Napoli 25 anni fa e attualmente residente a Soliera, Francesco Pellegrino, del 1954 e d’adozione modenese dopo essere giunto da Villa di Briano, e infine Massimiliano Risi, 41 anni, l’unico a essere nato in zona, a Carpi, dove vive ancora.

Alcuni si dichiaravano uomini di “Sandokan” Schiavone. A loro si sarebbe risaliti dopo una prima denuncia presentata la scorsa estate da un piccolo imprenditore nato sempre in Campania, ma che vive in zona da molto tempo. In base alle dichiarazioni affidate agli inquirenti, sarebbe stato oggetto di pressioni sempre più pesanti per la restituzione di un debito che doveva essere recuperato da alcuni dagli arrestati. I quali, per intimidirlo e per indurlo a pagare senza colpo ferire, gli avrebbero fornito un pedigree camorristico pesante: l’affiliazione al clan dei casalesi e una conoscenza diretta con “Sandokan”, al secolo Francesco Schiavone, condannato all’ergastolo con sentenza divenuta definitiva nel 2008, conclusione giudiziaria del maxiprocesso Spartacus.

Lo stesso sarebbe accaduto ad altri quattro piccoli imprenditori e artigiani distribuiti tra Modena e Rovigo. E il denaro che avrebbero dovuto restituire avrebbe compreso anche una percentuale da versare alle famiglie dei carcerati casertani. Inoltre, in base al racconto di una delle vittime, uno dei riscossori “conservava nella sua vettura […] un’agenda in cui annotava i pagamenti. Oltre ai miei pagamenti, ho potuto notare che l’agenda conteneva nominativi di persone a margine dei quali sono riportati importi in cifre che ritengo siano versamenti di denaro”. Inoltre, quando si esercitavano pressioni sui debitori, non di rado sarebbe stata mostrata una pistola. E in alcuni casi, limitandosi a farne vedere il calcio, sarebbe stata pronunciata la frase “qua il gioco è finito, devi darci i soldi”. Non sono mancati poi sberle e pugni.

Vero o falso che sia il contatto con uno dei personaggi più noti della cosca campana (il riferimento a Sandokan emerge anche da intercettazioni telefoniche), nell’ordinanza d’arresto si legge che Palummo e Renato Corvino non sarebbero nomi sconosciuti in indagini sui clan della camorra. Inoltre “Palummo era stato indicato come un uomo di seconda linea, alle dirette dipendenze [del] luogotenente del clan Schiavone”. Il cognome Corvino inoltre contraddistingue una famiglia nota e distribuita tra Casal di Principe e Villa Literno, già finita in altre inchieste condotte da procure di altre regioni.

Anni di operazioni contro la criminalità organizzata. E lo stesso si può dire per l’operazione San Cipriano, che risale al marzo 2010 e che ha visto l’esecuzione i venti arresti da parte della squadra mobile di Modena, cinque dei quali nel capoluogo della provincia emiliana mentre gli altri erano distribuiti tra Mantova, Modena e Caserta. Quell’operazione aveva portato anche al sequestro di beni per 6 milioni di euro, valore raggiunto tra immobili, automobili e motociclette, oltre a quote di cinque società. E destinatari dei provvedimenti erano stati in quel caso uomini più o meno direttamente legati a Schiavone e a un altro pezzo da novanta della camorra, Michele Zagaria, finito in manette a inizio dicembre 2011.

Gli arresti di oggi aggiungono dunque un’ulteriore conferma alla presenza della criminalità organizzata in Emilia Romagna. Il figlio di Sandokan, Nicola Schiavone, ritenuto reggente del gruppo dopo l’uscita di scena del padre, è stato considerato il referente per cinque persone finite sempre a Modena nell’operazione Medusa del 2009 mentre uno degli eredi del boss è stato raggiunto da un provvedimento di custodia cautelare nello stesso anno mentre si trovava a Rimini (per Nicola Schiavone ne sono seguiti altri nel giugno 2010 e a fine gennaio 2012).

Sempre in zona – ma correva l’anno 2008 – la caserma dei carabinieri di Sant’Agata Bolognese fu circondata da un gruppo di persone che chiedevano il rilascio del parente di un presunto boss della camorra. E alla fine del 2011 gli investigatori coordinati dalla Dda di Napoli erano giunti sempre qui, estendendosi poi fino alla provincia di Reggio Emilia, per a cercare il “tesoro” di Michele Zagaria. Ne era seguito il congelamento di beni per 50 milioni di euro.

Minacciati giornalista e dirigenti della Cna Trasporti. A Modena è stato compiuto esattamente un anno fa uno dei gesti simbolo della presenza della criminalità organizzata in zona. Si tratta dello sfregio ai manifesti della mostra ospitata dalla parrocchia Beata Vergine e intitolata “Volti che interrogano”, realizzata da Davide Cerullo a Scampia, quartiere dell’estrema periferia a nord di Napoli.

Infine meno di due settimane fa era era stata una recapitata negli uffici modenesi dalla Cna Fita una busta che conteneva proiettili e minacce per due dirigenti, Cinzia Franchini, presidente provinciale e nazionale, e Mirko Valente, responsabile locale dell’articolazione dedicata ai trasporti. Motivo presunto: aver contrastato l’adesione al blocco dei tir nel corso delle agitazioni siciliane del movimento dei forconi.