Sul blog NoiseFromAmerika l’economista Sandro Brusco aveva preso la spassosa abitudine di tradurre, in un italiano comprensibile a tutti, le interviste dei politici più in vista le quali sono, di solito, condotte in un linguaggio paludato e oscuro, pieno di allusioni comprensibili solo agli iniziati e di equamente distribuiti colpi al cerchio e alla botte.

Mario Monti non è un politico, ma un tecnico eppure, alla lettura dell’intervista da lui rilasciata mercoledì a La Stampa, sono stato indotto in tentazione e ho provato a imitare l’inimitabile Sandro. Pur non essendo fornito né del suo acume né del suo stile ironico (ragione per cui eviterò di cercare d’esserlo) vorrei permettermi di tradurre in italiano corrente e brevemente commentare la lunga intervista del nostro attuale primo ministro. Lo faccio con particolare interesse perché essa viene solo pochi giorni dopo la sua lettera al Corriere della Sera la quale mi aveva spinto a osservare come questo governo che doveva “cambiare l’Italia” abbia platealmente deciso di cambiare il meno possibile e di operare perché, passata la grande paura dello spread, tutto seguisse uguale a prima. Se ve ne fosse stato bisogno – i fatti, dopotutto, sono quelli che sono e parlano da soli – questa intervista altro non fa che confermare, abbastanza esplicitamente, che il continuismo è la stella polare di questo governo. Ossia: l’Italia che lavora e compete è molto più nei guai di quanto avesse osato credere 5 mesi fa.

Che sia così lo si intende sin dalle prime due o tre risposte le quali, assieme alla presentazione dell’intervista, ci informano che l’obiettivo non è quello di cambiare l’Italia, poco o tanto che sia necessario, ma bensì l’immagine, la percezione che di essa si ha all’estero. Apparentemente è la percezione che gli stranieri hanno di noi che tiene lontani gli investimenti esteri e fa fuggire quelli italiani. Non vi è altra base reale per la fuga dall’Italia, dunque, se non una certa mancanza di “prevedibilità” la quale, peraltro, Monti ci informa essere dovuta più alle limitazioni semeiotiche del mondo straniero, che non ci capisce e non intende le regole con cui la nostra politica procede e decide, che non alla realtà dei fatti. Alla domanda “In questo mondo nuovo e in evoluzione cosa ci manca per essere competitivi e attrarre investimenti stranieri?” Monti non risponde, tanto per dire, “una scuola e un sistema universitario che producano conoscenza e coltivino il merito e il talento” oppure “un sistema di trasporti interno e internazionale degno del XXI secolo” o anche “una tassazione meno predatoria sulle imprese produttive e che rispettano le leggi” o infine (perché non voglio tediarvi e non perché la lista finisca qui) “un sistema creditizio che non sia asfittico, oligopolistico e inefficiente”.

Niente di simile attraversa la mente del nostro presidente del Consiglio il quale ritiene invece che ciò che ci manca per essere la Finlandia o la Danimarca o la Germania sia “… una coltivazione sistematica e di lungo periodo dell’immagine del Paese”. Ho promesso di non provare a imitare Sandro Brusco quindi niente battute ma, se questo tema vi ricorda qualcuno di cui non ricordate il nome, permettetemi di rinfrescarvi la memoria: Giulio Tremonti. La retorica era diversa, non s’era inventato la “prevedibilità”, ma la sostanza era identica. A dire il vero, e a differenza di quello che ne ha tre, Monti riconosce che qualche causa reale per la fuga dall’Italia esiste. Infatti, dedica ben 57 parole, in un’intervista di 2511, per dire che sicurezza e criminalità (assumo la corruzione pubblica sia parte della seconda) sono dei problemi ma, ci informa sempre nelle 57 parole, ora farà due viaggi per affrontarli. Non scherzo, dice proprio così: che oggi è andato a Napoli e Palermo perché la criminalità in Italia è un problema.

Io avrei provato a chiedere a quel signore che guadagna più di 600 mila euro all’anno per fare il capo della polizia che cosa stia facendo per meritarsi lo stipendio, ma io non sono un grande tecnico per cui mi sbaglio di certo. Ah, nelle 57 parole in questione vengono menzionate anche la burocrazia e la mancanza di infrastrutture – quali? Non si dice, né si dice se per caso si abbia intenzione di trovare dei soldini, magari vendendo la Rai, per finanziare la banda larga – e, ovviamente, la prevedibilità rispunta alla fine delle 57 parole. Battuta per iniziati: che il mio collega Douglass North sia passato per Roma, ultimamente? Che altro dice, nelle rimanenti 2400 e più parole, il nostro presidente del Consiglio? Niente di economico e concreto, ma molto di politico, nel senso romano del termine. Per ben due volte ci informa che lui, dopo le elezioni, guarderà al nuovo governo da fuori ma che auspicherebbe assai che esso fosse di grande coalizione – della casta trinariciuta, aggiungo io. Siccome son certo che Mario Monti non perde tempo a leggere gli editoriali d’un “cavallo pazzo” su Il Fatto, qualcun altro più saggio di me deve aver avuto il medesimo sentore di ciò che si va cucinando nei Palazzi della politica. Vale la pena ricordare che, sia per posizione che per costruzione, il palazzo del Quirinale è fornito di ottimi balconi da cui osservare la politica romana. Ma andiamo avanti perché l’intervista contiene un paio di altre informazioni – oltre alla spiegazione che, in mezzo ai mille aumenti di imposte e gabelle, han mantenuto a malincuore anche quello dei pedaggi autostradali non per far un favore alle imprese concessionarie, ma perché altrimenti andava a farsi benedire la prevedibilità, che è quella che ci farà crescere…

La prima  è che, approvata quella del mercato del lavoro (privato e dipendente), le riforme che si dovevano fare son state fatte; manca solo il Mission Accomplished, insomma. La seconda succosa informazione consiste nell’assicurazione d’una indisponibilità a modificarne il testo in seguito alle pressioni dei partiti. Oggi sappiamo tutti come sia andata a finire sull’articolo 18 e questa piccola chicca (indipendentemente, caro lettore, dal fatto che tu sia pro o contro il reintegro) contiene tutta l’informazione necessaria per capire chi governi ancora oggi l’Italia. E come lo faccia: con grande prevedibilità, appunto.

Il Fatto Quotidiano, 7 Aprile 2012