Il badge fece scattare il cancelletto di metallo e dalla guardiola, puntuale, arrivò lo sberleffo di Zatti: “Diso, stasera a che ora ci fai uscire?”. Alla Logotech Disorientato Democratico detto “Di-so” non passava mai inosservato. Il più genialoide e irregolare dei programmatori di prima fascia. Il più stakanovista. Senza una famiglia, senza orari, senza regole.

Quello che preoccupava Paletti era la nuova direttrice, la signorina Kruber. Quarantenne in carriera, da Milano, rossetto rosso fuoco, grande smanie di premio produzione. Il commendator Tuorli aveva fondato l’azienda, aveva cresciuto Diso, stravedeva per lui. La Kruber aveva gli incentivi sui tagli al personale. Da qualche giorno Diso, leggeva con attenzione i giornali sulla riforma del lavoro. Non aveva tessere, anche se votava da sempre Pd. Non gli dispiaceva Bersani e lo seguiva su twitter: molta concretezza, zero chiacchiere, riformismo e Vasco Rossi.

Diso aveva letto che tutti i sindacati tranne la Cgil avevano firmato il nuovo accordo con cui si demoliva l’articolo 18, eliminando la possibilità di reintegro in caso di licenziamento economico. Non gli era andata giù. Allora aveva tweettato: “Pier Luigi, che cosa state facendo?”. Lo aveva rallegrato la risposta: “Tranquillo…”. Per due settimane sull’articolo 18 non si capì nulla. Poi Diso lesse che il Pd aveva vinto: il nuovo testo prevedeva la possibilità del reintegro se il giudice ravvisava gli estremi di discriminazione in un licenziamento economico. Nello spogliatoio del calcetto, dopo aver preso tre gol anche dalla Thompson, disse a Giacco: lo vedi che voi vendoliani della Fiom siete sempre pessimisti?”. E Giacco: “Diso, la fai facile tu… Io ho paura che faranno licenziamenti anche qui. E al contrario di te che sei geniale, e un lavoro lo trovi schioccando una mano, io ho quasi 55 anni, e un lavoro non lo ritrovo nemmeno se mi butto dal ponte”. Allora Diso gli aveva detto: “Ma tu credi che qui ci siano i padroni cattivi che licenziano per hobby? Questa azienda fa profitti da dieci anni”.

La mattina dopo sul Corriere della Sera c’era lo specchio riassuntivo del nuovo articolo 18: “Il reintegro scatta nel caso di manifesta insussistenza del caso posto a base del licenziamento economico”. Tirò un sospiro di sollievo davanti alla solita macchinetta dicendo a Tazzi: “Hai visto Bersani? Concretezza emiliana… Re-inte-gro”. Ma Giacco rompeva le scatole: “Che vuol dire ‘ manifesta’? Intanto le mensilità massime di risarcimento si abbassano a 24 mesi, e le imprese hanno ottenuto i contratti a termine di sei mesi senza giustificazione e la deroga sulle partite Iva”. Tazzi chiese: “E che vuol dire?”. E Giacco: “Che non sono più obbligati a regolarizzare i precari. Alla fine di un contratto di sei mesi ti licenziano quando vogliono. Tuo figlio, Tazzi, se la piglia in quel posto”.

A maggio il Parlamento votò la riforma. Il 10 agosto, due giorni prima di partire per le vacanze, sembrava che il postino si fosse appeso al citofono: “Raccomandata…”. Diso firmò, aprì la busta, e nulla fu più come prima. “Con la seguente…”. Era corso in azienda. Giacco era già in ferie. Tazzi incredulo: “Ma come, ti hanno licenziato? Hai parlato con la Kruber?”. Macché. Lei si rifiutava. La aspettò due giorni. La beccò nel parcheggio il terzo, disse solo: “Perché?”. La Kruber questa volta sembrava sarcastica: “Perché l’azienda ha speso per i nuovi elaboratori e deve risparmiare sul personale”. Diso si fece duro: “Non dica stronzate! Perché io?”. Lei rise, divertita: “E perché non lei? Ha cinquant’anni, non ha figli che mi provochino rimorsi. Ed è pagato troppo. Ci sono dieci ragazzini più bravi di lei che mi riempiono di curricula pronti a essere pagati la metà”. Diso pensò fra sé e sé: “Per fortuna c’è il giudice”. Ma parlando con Giacco iniziò a capire: “Dunque, prima c’è il tentativo di conciliazione …”. E Diso ruggendo: “E noi li mandiamo a farsi fottere!”. Giacco assunse il tono, pragmatico, del sindacalista: “Sai, loro ti offrono trentamila senza discutere”. Diso ululò: “Quella puttana! Andiamo dal giudice!”. Il delegato della Cgil scosse il capo: “Mica è così facile. Ti ricordi i nuovi investimenti? Sul bilancio di quest’anno la motivazione economica c’è. Come fai a dimostrare ‘ manifestamente’ il contrario? Stai attento che poi ottieni solo 15 mila. E un calcio in culo”.

Il Fatto Quotidiano, 6 Aprile 2012