Una città divisa, spaccata, quasi immobilizzata. Da una parte il diritto al lavoro, dall’altra il diritto alla salute. Lavoratori ed ecologisti, come guelfi e ghibellini. Operai contro le istituzioni e ambientalisti contro la fabbrica che inquina. Al centro l’Ilva di Taranto, lo stabilimento siderurgico fonte di inquinanti che secondo le perizie “causano malattia e morte”. Il giorno della chiusura dell’incidente probatorio chiesto dalla procura è anche il giorno dello scontro “evitato”. Il questore di Taranto, pochi giorni fa ha infatti vietato con un’ordinanza che le due fazioni si potessero trovare insieme davanti al palazzo di giustizia.

Ottomila operai, secondo l’azienda, sarebbero scesi per le strade a manifestare e urlare “Giù le mani dallo stabilimento”. Per alcuni, quelle ore di lotta, sono state retribuite dall’azienda come straordinario. Hanno cantato, urlato e sfilato per le vie del centro con gli striscioni: non i soliti realizzati con una bomboletta spray su un lenzuolo bianco, ma stampati in serigrafia, con slogan accuratamente selezionati. “Ce li hanno dati loro, mica li abbiamo fatti noi” afferma un operaio che però non vuole esporsi per paura di ritorsioni. I sindacati non c’erano: avevano chiesto ai lavoratori di non accettare l’invito dell’azienda di scendere in piazza, ma i dipendenti non l’hanno nemmeno letto quel piccolo pezzo di carta affisso dai sindacalisti all’ingresso dello stabilimento, accanto a quello gigante, voluto dall’Ilva, che invitava alla lotta.

Dall’altra parte, a pochi metri da un tribunale blindato dalle forze dell’ordine, pochi ambientalisti. Non c’erano i duemila che il 17 febbraio hanno pacificamente assediato il palazzo di via Marche. Dopo l’ordinanza del questore, infatti, il fronte si è spaccato: le associazioni hanno chiesto di non manifestare per evitare scontri, ma lo zoccolo duro è giunto comunque in corso Italia per sostenere i magistrati e ribadire il loro sostegno agli operai. “L’Ilva non vogliamo – era scritto su uno striscione – ma agli operai ci teniamo”.

Nell’aula al piano terra del tribunale intanto, Annibale Biggeri, Maria Triassi e Francesco Forastiere, i periti nomini dal gip Todisco, hanno illustrato le 282 pagine del documento che compongono la relazione depositata lo scorso 1 marzo. Hanno confermato che a Taranto, tra il 2004 e il 2010, vi sono stati mediamente 83 morti all’anno attribuibili ai superamenti di polveri sottili nell’aria, mentre i ricoveri per cause cardio-respiratorie ammonterebbero a 648 all’anno. La media dei decessi sale però fino a 91 se si prendono in considerazione i quartieri Tamburi e Borgo, geograficamente più vicini alla fabbrica. Hanno confermato il dato più ‘sorprendente’, come lo hanno definito dinanzi al giudice: nei bambini e negli adolescenti fino a 14 anni è stato riscontrato “un effetto statisticamente significativo per i ricoveri ospedalieri per cause respiratorie” e un’elevata presenza di tumori in età pediatrica.

L’udienza è finita in serata: il gip Todisco ha chiuso l’incidente probatorio ammettendo quindi i risultati delle perizie, epidemiologica e ambientale, come prove nell’eventuale processo. Il magistrato ha acquisito anche l’integrazione dei periti chimici, che hanno ribadito “eccessi significativi di mortalità per tutte le cause e per il complesso delle patologie tumorali” e infine anche una breve relazione dell’Arpa Puglia che conferma che le emissioni di benzoapirene e di polveri sottili, sono superiori ai limiti imposti dalla legge. Ora gli atti tornano alla procura che proseguirà le indagini: già dai prossimi giorni però potrebbe arrivare sul tavolo del gip la richiesta di sequestro o di altre misure cautelari per interrompere, laddove necessario, il reiterarsi di reati.