Si sono lasciati la Siria alle spalle poco prima che l’esercito di Assad bombardasse il “ponte della salvezza” sul fiume Asi, lo storico Oronte. Gli ultimi cinquanta profughi fuggiti dalla provincia di Homs verso il vicino Libano, il 6 marzo scorso, hanno fatto giusto in tempo a mettere piede oltre confine quando hanno saputo che il loro punto di passaggio era stato disintegrato a cannonate. Nei giorni successivi l’esercito si è mosso verso la provincia di Idleb, provocando altre fughe e altri morti.

«Sono preoccupata per mia sorella che non risponde al telefono da giorni», dice Amida, una profuga proveniente dalla martoriata Qasair, cittadina ad un passo da Homs. Madre di cinque figlie e sorella di altre quattro donne del villaggio, Amida rappresenta perfettamente questo piccolo esodo al femminile che in soli tre giorni ha portato nel Paese dei Cedri circa 2mila profughi (dati delle Nazioni unite), 500 dei quali si trovano ad Arsel, nel nord ovest del Libano. In totale sarebbero almeno 7mila, tra loro pochissimi uomini per lo più feriti o anziani. Quelli in forze invece entrano ed escono dai confini trasportando tutti i generi necessari a civili, combattenti e feriti gravi. Portano cibo, bombole di ossigeno, medicine, sangue per trasfusioni, ma anche soldi in contanti, armi e munizioni.

La maggior parte dei profughi, comunque, è rappresentata da donne e bambini: madri che scappano coi figli, gestanti che non vogliono partorire negli ospedali locali per paura di ritorsioni e adolescenti che temono di essere “disonorate” dai soldati. “Abbiamo visto troppo sangue – prosegue Amida – I bambini passano le giornate chiusi in casa, non li mandiamo a scuola da quando i cecchini si sono piazzati anche sopra i tetti dell’istituto elementare che si trova davanti al palazzo municipale”, che è un punto sensibile di Qasair.

Per Jamila, un’altra donna proveniente dal villaggio Nizarie sempre vicino ad Homs, la decisione di lasciare tutto e scappare via “senza neanche le scarpe” è giunta quando “io e i miei figli – racconta – abbiamo passato 24 ore di seguito in bagno, l’unico punto protetto della casa presa di mira incessantemente dai colpi di mortaio”. Il paradosso è che ora anche ad Arsel la vita nel bagno (“hammam”) non è ancora finita. “Abbiamo messo gli uomini a dormire lì perché noi stiamo in questa stanza con i bambini” spiega Amida indicando una sala unica con una ventina di materassi accatastati su un lato. Si tratta di una “soluzione” per evitare la promiscuità e permettere alle signore di togliersi il velo di notte. L’osservazione del precetto islamico, però, da un punto di vista sanitario è un vero disastro che potrebbe costare più di una polmonite.

Ad Arsel infatti fa freddo, molto freddo, inutile dire che i bagni non sono riscaldati. Il villaggio contadino si trova a mille metri di altezza ed è tuttora ricoperto da trenta centimetri di neve. Resterà imbiancato ancora per tutto il mese di marzo, dicono gli abitanti.

Al momento servono beni di prima necessità come medicine, pannolini e cibo. Le pietanze calde sono offerte solo dalla generosità degli abitanti. Ma la cosa di cui si sente più drammaticamente la mancanza è l’assistenza psicologica. Le persone che arrivano, soprattutto da Bab Amro, sono ancora sotto shock. Le organizzazioni umanitarie al momento hanno le mani legate, operano più liberamente nella zona di Wadi Khaled, dove si trova la maggior parte dei profughi, mentre ad Arsel non c’è alcuna struttura organizzativa. Il Libano non riconosce ai siriani nessuno status. “Ci chiamano ‘ospiti’”, dice ironico Abu Ahmed, un trentenne siriano con le gambe agili che traghetta le famiglie da Homs a Arsel anche più volte al giorno.

Allestire dei campi di accoglienza per i profughi, come ha fatto la Mezzaluna rossa nel sud della Turchia, dove tuttora ci sono 12.500 persone provenienti principalmente dall’Idleb, significherebbe ammettere che in Siria c’è un’emergenza umanitaria dovuta a violazioni da parte dell’esercito. Il governo libanese retto dal premier filosiriano, Najib Mikati, non ha nessuna intenzione di farlo. Anzi, ha promesso di intensificare i controlli al confine e rifiutato la proposta dell’ambasciatrice americana in Libano, Maura Connelly, di aprire le frontiere a profughi, disertori, dissidenti e membri dell’esercito libero siriano.

Ad Arsel, quindi, si fa solo affidamento sull’ospitalità di amici e parenti uniti alla Siria da prima che Francia e Gran Bretagna segnassero il limite di un confine fittizio. “Combattemmo con i nostri fratelli siriani durante la guerra contro Israele nel 1967 – dice un autoctono sulla settantina che accoglie e nutre una famiglia di Qasair – Per noi la frontiera non esiste, siamo un solo popolo, sunnita”. L’anziano ammette con candida spontaneità il suo astio verso gli sciiti della Beqaa che «si arricchiscono con la coltivazione della cannabis e dell’oppio”. “Noi – spiega – non lo facciamo perché è haram” (peccato). In verità in passato anche i contadini sunniti si dedicavano a questa attività redditizia. “Fino a quando nel business della droga non entrò lo zio paterno del presidente Bashr al Assad, Rifaat”, denuncia il capofamiglia che oggi coltiva ceci, ciliegie e albicocche dolcissime. L’odio settario quindi c’è e ritorna in molti racconti dei profughi che si sono visti sbarrare la strada della fuga dagli uomini di Hezbollah lungo diversi punti del confine, di cui gli sciiti libanesi hanno assoluto controllo.

Che il partito di Dio sia rimasto fedele al vecchio alleato si vede anche dall’iconografia dei villaggi. Lungo la strada che da Beirut porta ad Arsel (200 chilometri circa). Superate le lussuose ville in pietra e le stazioni sciistiche di Faraya, si entra nella Beqaa dominata dalle gigantografie di Bashar al Assad, in alcune foto appare anche insieme al leader Hassan Nasrallah.

“Con gli sciiti conviviamo pacificamente” dice invece Yasser contraddicendo suo padre. Il figlio dell’agricoltore, carnagione scura sulla quarantina, ha abbracciato completamente la causa dell’Esercito libero siriano e segue il protocollo imposto dall’alto: vietato enfatizzare le differenze religiose per non ridurre la lotta per la democrazia a una guerra civile tra bande. Finora effettivamente le ritorsioni nei villaggi sciiti, alawiti o cristiani (per la maggior parte sostenitori di Assad) in Siria sono state pochissime. Si tratterebbe di episodi sporadici dovuti per lo più a cani sciolti. “L’Esercito libero su questo punto ha le idee molto chiare, non vogliamo la guerra civile”, spiega un disertore venuto ad Arsel a trovare la sua famiglia.

Mentre parliamo arriva l’ora di pranzo, poi quella di cena. Un piatto caldo si rimedia per tutti: pane, melanzane e geddera (riso con cipolle e lenticchie) di carne neanche l’odore. Per i neonati il latte viene bollito sulle stufe a gasolio che riscaldano gli stanzoni sfidando qualsiasi regola sulla sicurezza. Gli uomini fumano, le donne preparano il tè. I bambini fanno i compiti, giocano, piangono e dormono senza orari. “Non vedo l’ora di ritornare a scuola”, dice una piccola di 8 anni. Un modo per riportarcela anche senza il ponte Abu Ahmed lo troverà, in fondo, dice, “Basta aggirare l’Oronte”.

di Susan Dabbous