Il caldissimo pubblico del San Mamés

Quando giovedì sera un gruppo di ragazzini terribili con indosso una maglia tricolore rossa, bianca e verde ha vinto per 3-2 la partita di andata degli ottavi di Europa League, tifosi e appassionati di tutto il mondo hanno tirato un sospiro di sollievo. Anche oggi, quando il pallone sembra non essere più in grado di liberarsi dalla tirannia di sponsor, televisioni e miliardi, esiste una via di fuga: un altro calcio è possibile. Quella banda di ragazzini nei colori della maglietta ha indossato la propria identità. Rosso, bianco e verde sono i colori dell’ikurriña, la bandiera della comunità che abita Euskal Herria: un conglomerato di regioni pirenaiche tra Spagna e Francia che si affacciano sul Golfo di Biscaglia e dove la gente, storicamente divisa dai confini geografici imposti, è unita dalla cultura e dal linguaggio comuni. La squadra che giovedì sera ha espugnato il ‘teatro dei sogni’ di Old Trafford, vincendo 3-2 e infliggendo una lezione di calcio al glorioso Manchester United, è l’Athletic Bilbao: una squadra da sogno.

Gli undici scesi in campo, i sette in panchina e gli altri componenti della rosa fanno infatti tutti parte della comunità di Euskal Herria: sono nati nei Paesi Baschi, o sono figli di genitori da lì emigrati. L’autarchia è la regola numero uno del club. Se nel 2008 l’Athletic si è arreso allo sponsor sulla maglia – la compagnia di raffinazione petrolifera basca Petronor che versa al club 2 milioni all’anno – ancora nel 2010 il 94 per cento dei soci del club ha votato contro il cambiamento della regola dello statuto che impedisce di tesserare giocatori non baschi. In oltre cento anni di storia nessuno straniero ha mai vestito la maglia biancorossa dell’Athletic (quella tricolore con cui hanno vinto a Manchester è la seconda maglia, in vigore da quest’anno). Le eccezioni sono i ‘non baschi’ che da piccoli hanno cominciato a giocare a calcio nelle giovanili di una squadra basca – come gli spagnoli Ezquerro e Aranzubia o il brasiliano Biurrun – e i figli di baschi nati all’estero, come il giovane centrocampista Amorebieta, nato in Venezuela.

Il nazionalismo del popolo basco non ha nulla a che vedere con fascismi o leghismi di sorta, ma è storicamente improntato alla solidarietà comunitaria e a un proto-socialismo divenuto esplicitamente politico negli anni della resistenza partigiana alla dittatura franchista. Nell’era Bosman del calcio europeo, dove i calciatori circolano liberamente e dove l’altra sorpresa della settimana di coppe, l’Apoel di Nicosia che batte il Lione, non schiera nemmeno un giocatore di Cipro nell’undici titolare, l’Athletic espugna Manchester con una banda di ragazzini cresciuti nella cantera di Lezama. Lo storico vivaio dell’Athletic che non ha nulla da invidiare alla cantera de La Masia, dove alleva i suoi piccoli campioni il Barcellona, altra squadra che, seppur in maniera meno rigida dell’Athletic, ha scelto la via autarchica per dare l’assalto al cielo del calcio moderno.

E non è un caso che, dopo il Real Madrid, siano proprio Barcellona e Bilbao le squadre più vincenti spagnole. I baschi nella loro storia hanno vinto 8 campionati e 23 coppe nazionali, gli ultimi trofei negli anni Ottanta, sotto la guida tecnica di Javier Clemente, il mitico rubio de Barakaldo. Poi il buio, pur senza mai retrocedere. Oggi la nuova luce dell’Athletic splende grazie alla sapienza tattica del tecnico argentino Marcelo Bielsa, che pur di costruire qualcosa di speciale a Bilbao a giugno ha rifiutato la panchina, e i milioni, dell’Inter. Non per nulla Bielsa, noto per l’integralismo tattico, la personalità spigolosa, le simpatie politiche di sinistra e la totale avversione per la stampa sportiva, è soprannominato El Loco, il pazzo.

A Bilbao l’ex tecnico delle nazionali argentina e cilena sta costruendo il suo ennesimo capolavoro. Profeta di un calcio divertente e iper offensivo, venerato da colleghi come Guardiola (che in lui vedono un maestro), dopo un inizio stentato Bielsa ha riportato l’Athletic nelle zone alte della Liga dopo anni di vacche magre. E a Manchester El Loco ha compiuto il suo capolavoro, schierando una squadra di ragazzini dall’età media di 23 anni, senza stelle di prima grandezza escluso il centravanti Llorente, che è riuscita a tenere palla per il 67 per cento del tempo al cospetto dei mammasantissima dello United. Giovedì prossimo il ritorno degli ottavi di Europa League si disputerà nel catino infernale del San Mamés: lo stadio dell’Athletic, soprannominato con timore reverenziale La Catedral, il cui nome è dovuto a una chiesa lì vicina dedicata al santo Mamés, un cristiano gettato dai romani in pasto ai leoni, ma che le bestie intimorite si rifiutarono di mangiare. Epico e indistruttibile, come il sogno autarchico dell’Athletic Bilbao.