Si chiama “Carioca” l’operazione che ha portato oggi in carcere Antonio Fameli, imprenditore di origini calabresi, da anni residente a Loano, in provincia di Savona. L’accusa è quella di associazione a delinquere finalizzata al riciclaggio di denaro, falso, trasferimento fraudolento di valori e reati in materia tributaria. La notizia è di quelle che meritano attenzione perché Antonio Fameli, pur non essendo mai stato condannato in via definitiva, viene indicato da anni nelle relazioni della Direzione Nazionale Antimafia come uno degli esponenti della ‘ndrangheta, trapiantati nella provincia di Savona, al punto che oggi in conferenza stampa, il questore di Savona, Vittorino Grillo, non ha esitato a definirlo un “personaggio di grosso spessore criminale, legato alla ‘ndrangheta e al clan dei Piromalli“.

Le indagini erano partite nel 2006 in seguito alla denuncia per usura di un’albergatrice della zona, che si era trovata in crisi di liquidità. Un episodio minore (un prestito di 10 mila, che aveva fruttato 600 euro di interessi in un mese) dal quale gli inquirenti sono partiti per studiare la galassia di società immobiliari che fa capo al Fameli e che, nell’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica, Danilo Ceccarelli ha finito per coinvolgere 16 persone. Tra questi un notaio e un direttore di un ufficio postale che sono stati interdetti all’esercizio della professione, e un ex maresciallo dei carabinieri, ora in pensione, al quale sarebbero stati intestati degli immobili. Tre le persone colpite dalla misure cautelari firmate dal gip Donatella Aschero: oltre allo stesso Antonio Fameli, la sua compagna Clara Maggino (ai domiciliari) e il suo commercialista Carlo Ciccione. Non è invece stata eseguita l’ordinanza emessa nei confronti del figlio, Sebastiano Fameli, perchè si trova all’estero.

Quarantaquattro sono gli immobili confiscati tra Loano, Boissano e Borghetto Santo Spirito, più numerose partecipazioni azionarie a società italiane e estere, per un valore presunto di una decina di milioni. Antonio Fameli, però, fino a ieri, era uno stimato imprenditore che otteneva tutti i permessi necessari per le sue attività dal comune di Loano. Questo nonostante la sua storia giudiziaria e nonostante le segnalazioni dei prefetti. Villa Fameli, sull’Aurelia a Loano, è la materializzazione del suo potere. Imponente e chiassosa come certe ville del litorale statunitense, al piano terra ospita una sala giochi, altro business di famiglia. Del resto il suo proprietario non ha mai nascosto una certa propensione alla grandeur come quando negli anni ’70 festeggiò la prima comunione della figlia, invitando (a pagamento) Mike Bongiorno, Iva Zanicchi e Alighiero Noschese. Per capire i dati dell’operazione odierna e il valore delle relazioni stipulate da Antonio Fameli occorre ripercorre la storia del faccendiere loanese. Originario di San Ferdinando di Rosarno, Femeli si trasferì a Borghetto Santo Spirito nel 1964 e a Loano dal 1981. La sua fortuna fu un’agenzia d’intermediazione immobiliare che gli permise di accumulare ingenti guadagni in breve tempo. Forse troppi, anche per un uomo, con saldi agganci all’interno della massoneria, che, come ha scritto il professore Enzo Ciconte, usava reclutare dipendenti della pubblica amministrazione in pensione, magistrati, cancellieri e appartenenti ai vari corpi di polizia.

Nel 1985 la corte d’assise di Palmi lo condannò all’ergastolo nell’ambito del processo alla “mafia delle tre province”, perché ritenuto il mandante dell’omicidio di Rosario Sabatino, ma la Cassazione, presieduta dal giudice “ammazzasentenze” Corrado Carnevale, annullò la sentenza per irregolarità procedurali. La stessa condanna venne ribadita alla ripresa del nuovo processo, ma non confermata durante i gradi successivi. Uno dei primi collaboratori Pino Scriva lo descrisse come molto vicino a Peppino Piromalli e ai Raso Gullace- Albanese e in generale a tutto il gotha ‘ndranghtiestico. Dal 2004 il suo nome tornò a far capolino nei rapporti della prefettura di Savona, indicato come “il personaggio principale del panorama criminale del Ponente ligure”, con il compito di riciclare il denaro in attività immobiliari delle cosche reggine dei De StefanoMartinoTegano e dei clan camorristici ZazaGalassoAmmaturo. Dopo l’inchiesta che ha portato in carcere l’imprenditore Donato Fotia per tangenti, anche lui mai condannato ma indicato quale referente della ‘ndrangheta, l’operazione di oggi potrebbe significare che si sta incominciando a far luce sulla ‘ndrangheta imprenditrice nel savonese, così come è avvenuto nel vicino imperiese.