La decisione, più volte annunciata, è infine arrivata oggi, dalla riunione dei ministri degli Esteri dei 27 paesi dell’Ue riuniti a Bruxelles. Da luglio, gli stati membri e non potranno più stipulare nuovi contratti petroliferi con l’Iran, anche se i contratti in essere potranno comunque essere portati a termine. Inoltre, saranno congelati i beni della Banca centrale iraniana. Le sanzioni europee si sommano a quelle decise il 31 dicembre dalla Casa bianca e puntano a mettere sotto pressione il governo della Repubblica islamica per spingerlo a concessioni sul dossier nucleare. Ma mentre le importazioni statunitensi dall’Iran erano molto limitate, l’Ue è per l’industria petrolifera iraniana il secondo principale mercato di sbocco, dopo quello cinese, con il 20 per cento del totale. Tra i singoli paesi europei, poi, l’Italia pesa per il 10 per cento del totale dell’export iraniano e per questo il governo di Roma, assieme a quello di Atene (la Grecia importa il 25 per cento del suo petrolio dall’Iran) ha cercato di ottenere una più lunga fase di transizione prima dell’effettiva entrata in vigore del divieto. La decisione dell’Ue, infatti, contiene l’indicazione che una “revisione” delle sanzioni sarà fatta nel mese di maggio, prima del blocco dunque, per capire se ci potranno essere i margini per ridurle o ritirarle. Atene, inoltre, ha ottenuto che gli altri paesi dell’Ue forniscano garanzie finanziarie a copertura degli impegni che il governo greco dovrà assumere con nuovi fornitori di greggio, per sostituire quello iraniano. La gradualità dell’embargo, secondo quanto ha dichiarato il ministro degli esteri Giulio Terzi di Sant’Agata alla fine del vertice europeo, farà in modo che la decisione di oggi “avrà un impatto molto limitato sui mercati”, evitando quindi nuovi aumenti del prezzo del petrolio.

Secondo il ministro degli esteri britannico William Hague, si tratta di sanzioni che non hanno precedenti nella storia recente dell’Ue e “dimostrano tutta la risolutezza europea verso l’Iran”.

Catherine Ashton, responsabile della politica estera dell’Unione, ha sottolineato che le sanzioni servono “a essere sicuri che l’Iran prenda seriamente il nostro invito a tornare al tavolo” delle trattative sul dossier nucleare. Le prime reazioni iraniane, tuttavia, sono di segno esattamente opposto. Secondo l’agenzia di stampa semi-ufficiale Fars, il vicepresidente della commissione parlamentare per la politica estera Mohammad Kowsari ha commentato la decisione europea minacciando la chiusura dello stretto di Hormuz, “se dovessero esserci difficoltà nella vendita del petrolio iraniano”. Dallo stretto che chiude il Golfo persico, sono passate in queste ore alcune navi da guerra occidentali, una portaerei statunitense a cui si sono unite navi francesi e britanniche e lì, nello stretto da cui passa un quinto di tutte le esportazioni mondiali di petrolio, la marina dei Pasdaran prevede di tenere nuove esercitazioni nel mese di febbraio.

Il primo effetto della decisione europea è stato sul valore della moneta iraniana, il rial, che ha perso valore sia rispetto al dollaro che all’euro. Nei cambi di Teheran, un dollaro vale oggi oltre 20 mila rial, rispetto alla quotazione di 18 mila di pochi giorni fa. Per un euro, ci vogliono invece 26 mila rial, rispetto ai 24 mila di prima che le notizie sull’embargo si diffondessero.

Secondo gli analisti, il prossimo passo della diplomazia occidentale nel tentativo di aumentare la pressione sull’Iran sarà quello di convincere i paesi asiatici a interrompere le importazioni. Il Giappone (17 per cento del petrolio iraniano) ha già dato una sua disponibilità, mentre la Cina, all’inizio dell’anno, aveva criticato duramente le sanzioni statunitensi definite “unilaterali”. Rimane da vedere se altri due grossi importatori asiatici di petrolio iraniano, la Corea del sud (7 per cento) e l’India (16 per cento) potranno unirsi al blocco. In quel caso, le difficoltà per il governo di Teheran (e per i cittadini iraniani) diventeranno molto più pesanti, con il rischio di possibili prove di forza da parte del governo. Per valutare la risposta iraniana, però, bisognerà aspettare le prossime e ore e i prossimi giorni. In particolare, l’11 febbraio, giorno dell’anniversario della Rivoluzione del 1979, quando, tra le righe delle manifestazioni ufficiali e dei discorsi celebrativi, si potrà capire se Teheran ha scelto di recuperare uno spazio di manovra politico per evitare un isolamento quasi completo.

di Joseph Zarlingo