Da qualche giorno gira su internet un video mozzafiato. Cinque minuti di vera poesia, che descrivono la magia di un parto naturale, riassunta nella forza di un primo vagito. Questo filmato ha vinto il Documentary Birth Award e racconta che un altro parto è possibile. Un parto dove la donna sia libera di scegliere i tempi e le modalità del travaglio, e di assecondare le sue esigenze riappropriandosi del proprio corpo. Il video è stato super cliccato, neanche mostrasse lo sbarco alieno sulla terra. E invece si vede solo una mamma che accompagna il figlio alla nascita, e il figlio che si lascia aiutare. Allora, perché tanto stupore? Forse perché il filmato stronca cliché cinematografici di travagli pazzeschi, o forse perché dimostra, al di là degli steriotipi, che “le donne sanno partorire e i bambini sanno nascere” (cit. Lorenzo Braibanti, Parto e nascita senza violenza). E’ vero, partorire fa un male boia. Ma il dolore è gestibile dalla donna e quando non lo puoi contrastare, lo puoi assecondare. E per una magica alchimia tra gli ormoni del travaglio e le condizioni in cui vengono prodotti, l’ambiente circostante può fare la differenza (vedi anche qui).

Nella città in cui vivo, a Roma, c’è una casa dove, chi lo desidera, può scegliere un percorso “protetto” per il parto. Si chiama Casa del Parto naturale AcquaLuce, è una struttura pubblica, commissionata dall’Asl Rm D ed è stata inaugurata l’8 marzo del 2009. Si trova nella pineta dell’ospedale Grassi di Ostia, nel municipio Roma XIII, a pochi metri (ma comunque fuori) dal reparto di ostetricia e ginecologia. E’ l’ultima nata delle sei case del parto esistenti in Italia ed è una struttura extraospedaliera, gestita da personale ostetrico, dove le donne ricevono assistenza demedicalizzata dalla gravidanza al puerperio, in linea con quanto raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità. Ogni stanza ha come unica prospettiva la pineta, senza interferenze visive con l’ospedale. C’è un ambulatorio per le visite, una sala d’attesa e due bellissime stanze matrimoniali, per partorire nel calore dell’abbraccio delle persone che scegli di avere accanto. Ci sono grandi letti a due piazze e piccole culle, lenzuola calde che ti porti da casa, liane colorate dove aggrapparsi saldamente e sedie olandesi su cui adagiarsi. Che quando stai lì e vedi i pastori del presepe vestiti da Marilyn Manson, un po’ aiuta. E’ una casa di acqua e di luce, con finestre grandi spalancate verso il mondo e vasche piene d’acqua per accompagnare il bambino dal ventre liquido della madre a quello della terra. E’ la culla dei fiocchi azzurri e dei nastri rosa, dove le ostetriche ti prendono per mano e assecondano le tue spinte con discrezione. Ma soprattutto è il posto dove la fiducia nelle potenzialità umane, e femminili in questo caso, riceve uno stimolo e un riconoscimento.

AcquaLuce rischia però di chiudere, nonostante siano tante le donne che decidano di partorire in questa struttura.  I motivi sono diversi, primo fra tutti la carenza di personale. Le ostetriche sono insufficienti, a causa delle mancate assunzioni da parte della Asl e quindi della Regione Lazio, e si dividono tra la presenza in ospedale e nella Casa del Parto. Questo fa sì che molti turni per i parti naturali restino scoperti e così AcquaLuce è un fiore all’occhiello della sanità laziale, sottoutilizzato rispetto alle reali capacità. I numeri parlano chiaro, nonostante le tante richieste, da agosto a novembre sono stati effettuati solo 4 parti.

Per di più, da quando è stata inaugurata, la Casa del Parto opera in regime di sperimentazione, questo vuol dire che manca, ad oggi, una definizione giuridico normativa della struttura, che sopravvive in condizioni di precarietà. Già da qualche tempo si è costituito un comitato in difesa della Casa del Parto che, nell’agosto scorso, ha avviato un tavolo di confronto con la Asl Roma D, per affrontare le problematiche che impediscono ad AcquaLuce di lavorare a pieno ritmo: in primis l’assunzione di personale e la messa in sicurezza del percorso esterno che collega la Casa all’ospedale, per il trasferimento delle partorienti in caso di emergenza. Nel frattempo, sono cambiati i vertici aziendali e l’impegno di riconvocare il tavolo di confronto è stato disatteso. Ad oggi tutte le criticità segnalate dal comitato restano irrisolte. E’ importante riflettere sull’utilità di un servizio, che può considerarsi tale non solo quando è aperto ma quando è efficiente e funzionante ed è in grado di rispondere ai bisogni delle persone. Dare a tutte le donne la possibilità di scegliere il modo più congeniale e rispettoso di diventare madre è una questione di civiltà, oltre che di sensibilità.