Non è solo un insieme di tagli al bilancio del Pentagono, quello che sarà annunciato oggi dal presidente statunitense Barack Obama assieme al suo ministro della difesa Leon Panetta. Dai primi dettagli arrivati alla stampa internazionale, il piano di ristrutturazione potrebbe essere una delle più importanti “review” della Difesa statunitense degli ultimi anni. E anche se l’amministrazione Obama da tempo lavora alla riorganizzazione della sua colossale macchina militare, la scelta di tempo per l’annuncio non è ovviamente casuale: l’anno elettorale è appena iniziato e il presidente inizia a scoprire le sue carte. Tra cui, appunto, la revisione dell’organizzazione militare, per tenere conto dei nuovi vincoli di bilancio ma anche di uno scenario internazionale molto cambiato dai tempi degli aumenti di spesa decisi dalle due amministrazioni di George W. Bush.

Il Pentagono deve affrontare 450 miliardi di tagli nei prossimi dieci anni, a cui potrebbero aggiungersene altri 500 all’inizio del 2013 se la speciale commissione nominata dal Congresso per individuare le possibili voci di risparmio non porterà a termine il suo lavoro nel tempo previsto.

Secondo la Reuters, oggi però non saranno ancora annunciati specifici tagli a reparti o programmi, ma solo le linee guida della riorganizzazione. L’agenzia di stampa, però, aggiunge che è probabile che nel progetto sia contenuta una riduzione delle truppe, nell’ordine del 10-15 per cento per l’Esercito e il Corpo dei marines, sempre da calibrare nel corso dei prossimi dieci anni. Già per il 2013, il Pentagono deve “accontentarsi” di 662 miliardi di dollari (quasi la metà del totale delle spese militari mondiali), 27 in meno di quelli che Obama avrebbe voluto e 43 in meno rispetto al 2012.

I cambiamenti principali attesi dagli osservatori sono sostanzialmente due: una maggiore enfasi sulla strategia in Asia e nel Pacifico e l’abbandono della dottrina delle “due guerre”, quella cioè che voleva l’apparato militare a stelle e strisce capace di combattere due guerre di grandi dimensioni allo stesso tempo, ereditato sostanzialmente dalla Seconda guerra mondiale, con l’impegno militare in Europa e nel Pacifico.

Già nel 2001, peraltro, Donald Rumsfeld, ministro della difesa di Bush, aveva teorizzato la fine di questo standard, che è stato il fulcro della dottrina militare Usa per oltre 60 anni. Rumsfeld aveva provato a riorganizzare le forze armate sulla base di un modello più “leggero” (relativamente parlando): meno uomini e donne in divisa, più potenza di fuoco e più affidamento alla tecnologia. Questo modello, però, è stato messo a dura prova dalle guerre in Iraq e in Afghanistan, dove proprio il massiccio impiego di truppe (170mila in Iraq al momento della massima presenza Usa e oltre 100mila in Afghanistan) sembra aver dato, almeno in parte, i risultati attesi dai generali di Washington. Proprio le due guerre contemporanee, però, hanno mostrato che in molti settori e per molti reparti la macchina militare Usa non è attrezzata a sufficienza, specialmente in termini di soldati. Il cambiamento allora, potrebbe prevedere che solo una guerra di grandi dimensioni possa essere combattuta, affidandosi all’interdizione e al “controllo” nel caso i conflitti fossero due contemporaneamente.

Per quanto riguarda l’Asia e il Pacifico, appena poche settimane fa è stato Obama a delineare l’importanza strategica di questa regione per il futuro degli Usa. In Australia, dove si trovava per l’accordo per la costruzione di una base militare permanente per 2500 marines, Obama ha detto che l’Asia sarà la principale “preoccupazione” strategica per gli Stati Uniti nei prossimi anni, annunciando di fatto ulteriori riduzioni tanto in Europa, quando in altre aree, Medio Oriente incluso, nonostante i sommovimenti innescati dalle Primavere arabe. Bisognerà attendere i dettagli del piano, per capire meglio in che direzione il Pentagono pensa di muoversi per i prossimi anni, ma alcune linee guida sono abbastanza chiare: più impegni sul piano delle tecnologie connesse alla cosiddetta cyberguerra e tagli meno pesanti per aviazione e marina, anche se probabilmente anche queste due armi dovranno rinunciare a quale programma di grandi dimensioni o accettarne una rimodulazione in termini di tempi e quantità. Tra i programmi sotto osservazione, inoltre, c’è anche quello per il super-caccia F35 JSF, in cui è coinvolta anche l’Italia.

di Jospeph Zarlingo