L'Ilva di Taranto

Il trionfalismo di Nichi Vendola e lo scetticismo degli ambientalisti tarantini. E’ questo il risultato, stridente, della quarta campagna di rilevazione delle emissioni in atmosfera di diossina dal camino E312 dello stabilimento Ilva di Taranto, il gigante industriale nato nella città di due mari negli anni ’50 come quarto centro siderurgico italiano e oggi considerato – anche da Nichi Vendola fino a qualche giorno fa – uno dei principali complessi inquinanti d’Italia. Secondo le ultime misurazioni, effettuate dall’Agenzia Regionale per la protezione ambientale in Puglia dal 12 al 14 dicembre scorsi, la diossina liberata in aria è inferiore a 0,1 nanogrammi/m3.

Un risultato che ha spinto Vendola a convocare una conferenza stampa in cui poter affermare che “quello che abbiamo fatto sulla diossina a Taranto non ha comparazioni in nessuna altra parte del mondo. Soltanto la malafede – ha detto – può impedire di vedere il dato storico”. E sulla natura storica del dato, infatti, concordano anche gli ambientalisti, senza però farsi trascinare del tono vittorioso del leader di Sel. “Il dato è eccezionale – commenta Biagio De Marzo, oggi portavoce del cartello ambientalista Altamarea, ma in passato dirigente nella siderurgia di Taranto, Terni e Sesto San Giovanni – quello che però ci chiediamo è come mai una quarta campagna di rilevazione a poco più di 20 giorni dall’ultima fatta a novembre?”

La legge approvata a dicembre 2008 dal consiglio regionale pugliese prevede infatti “almeno” tre campagne annuali di misurazione, ciascuna di tre giorni consecutivi. Nel 2010 le misurazioni furono esattamente tre: l’Arpa accertò, con la media aritmetica dei dati, che le emissioni furono pari a 2,3 ng/ m3. Le misurazioni del 2011 avevano invece accertato un risultato decisamente più basso rispetto allo scorso anno, ma tuttavia maggiore del limite di 0,4 ng/m3 stabilito dalla legge. Facendo infatti la media aritmetica dei dati ottenuti a febbraio, maggio e novembre si otterrebbe il valore di 0,5 ng/ m3.

“Se le misurazioni fossero rimaste tre come nel 2010 – spiega De Marzo – l’Ilva avrebbe nuovamente superato il limite di emissione della diossina, innescando così una procedura sanzionatoria. Noi non contestiamo i dati forniti dell’Agenzia regionale – aggiunge -, ma ci aspettiamo che qualcuno con onestà venga a dirci come mai una nuova campagna a distanza di soli 26 giorni”. E sulle modalità con cui vengono effettuate le rilevazioni, anche Patrizio Mazza, consigliere regionale di maggioranza ed ematologo dell’ospedale Moscati di Taranto, sembra perplesso. “L’Arpa – afferma il medico – opera in orari di lavoro così come stabilito da crismi di ‘contratti di lavoro di categoria’, ma gli incrementi di produzione e le lavorazioni maggiormente inquinanti, proprio da visione oculare, appaiono molto evidenti nelle ore notturne”. Seconda Mazza quindi “i rilievi dovrebbero essere fatti senza preavviso proprio nelle ore di maggiore produzione”, in quelle ore insomma in cui passeggiando sul ponte girevole, che unisce la città nuova a quella vecchia di Taranto, i fumi dell’Ilva offrono uno spettacolo decisamente poco rassicurante.

Guarda invece al futuro Alessandro Marescotti, docente tarantino che per primo nel 2005 portò all’attenzione dei media la questione diossina a Taranto: “Non è il momento dei toni trionfalistici – afferma – ma di controlli sempre più stringenti. E poi, se il dato è davvero così rassicurante, perché non si parte con il campionamento in continuo? In realtà ora bisognerebbe confrontare questo dato anche con il cosiddetto “sporcamento” del quartiere Tamburi, vedere cioè se nelle strade e sulle case a pochi metri dalla fabbrica vi è un altrettanto significativo abbassamento della diossina che si deposita”. Questo quindi dovrebbe essere il momento anche per capire cosa si rilascia durante gli “sbuffi transitori”, quelle fumate emesse in concomitanza con qualche malfunzionamento degli impianti. “Il risultato ottenuto – continua Marescotti – è stato possibile grazie all’impegno di tre soggetti: movimento ambientalista, Regione Puglia e Arpa, ma non è un punto di arrivo, anzi”.

No, non lo è. Perché a Taranto la questione diossina è soltanto una delle battaglie per un ambiente più sano. In piedi ci sono ancora altri aspetti non meno importanti: l’emissione di altri inquinanti come, ad esempio, il benzoapirene dalle cokerie, le polveri diffuse dai parchi minerali a cielo aperto e gli scarichi in mare. Per gli ambientalisti quella del presidente Vendola è propaganda “stonata” che assomiglia ai “video messaggi di Berlusconi“. Video messaggi in cui si esalta il valore relativo del dato ottenuto, ma non spiega il numero nel complesso degli altri fattori di pericolo. “A Taranto – conclude infatti Alessandro Marescotti – il flusso di massa annuo, cioè la quantità di diossina riversata nell’ambiente in dodici mesi dal camino E312 dell’Ilva, è pari a quella di 30 inceneritori”.

di Francesco Casula