Stento a capire, credetemi, ma gli ultimi interventi del Presidente della Repubblica, dalla excusatio sul corretto uso dei suoi poteri all’intervista sul Corriere della Sera della vigilia di Natale, contribuiscono a rafforzare le mie perplessità sull’aderenza alla Costituzione della fase politica e delle scelte che si stanno determinando, e sul pesante condizionamento esercitato da poteri forti (banche e finanza) stranieri sull’Italia, con un’impressionante perdita del tasso della sua sovranità.

Con rispetto verso la tesi contraria del Quirinale, sono tra coloro sostengono che un grave vulnus sia stato inflitto alla nostra democrazia costituzionale. Rassicurare che al momento stabilito si andrà a votare è la dimostrazione che in effetti qualcosa di grave sia avvenuto. Giustificare certe mosse sulla base dell’emergenza significa simmetricamente che gli argini costituzionali non ne hanno impedito un’“esondazione”. Le ragioni del Capo dello Stato sono tanto più deboli quanto più si passano in rassegna gli anni della devastazione berlusconiana, durante i quali l’atteggiamento del Quirinale è stato improntato a una tale prudenza da non aver neppure impedito che un nugolo denso di leggi incostituzionali fosse approvato e promulgato.

Eppure il funzionamento di una democrazia non è soltanto il rispetto di regole e procedure, per quanto assolutamente rilevanti, ovvero la democrazia formale. Ma è qualcosa di più, è la dimensione di fatto a misurare il tasso di democrazia e dei principi fondamentali su cui si impernia, altrimenti l’art. 3 della Cost. a che servirebbe? Simmetricamente, è sempre sul piano fattuale che sovente si registra la gravità di ciò accade o, nel nostro caso, è accaduto.

Chi stabilisce che l’emergenza debba essere affrontata nel modo in cui la si è affrontata, tanto da far sostenere in una parossistica ubriacatura di presidenzialismo che per il futuro così bisogna procedere? E dinanzi a una crisi della portata di quella che ci ha avviluppati, e che implica scelte assai gravi, chi se non è il popolo, nelle forme previste dalla Costituzione, deve decidere da che parte andare, quali priorità individuare, quali interessi e ceti tutelare maggiormente? Occorreva innanzitutto non un nuovo governo, ma un nuovo Parlamento. Un parlamento diverso dall’attuale (bloccato e squalificato da scandali, veti, ricatti). Né vale dire che in tal modo saremmo stati alla mercé degli speculatori, perché invece è proprio così che si subordina un intero popolo  al ricatto degli speculatori. Né tantomeno vale l’obiezione qualunquista secondo cui gli italiani avrebbero rivotato allo stesso modo, perché se così è eliminiamo una volta per tutte anche il voto popolare…

Si è detto che l’intenzione era di evitare una sorte analoga a quella della Grecia; e invece è proprio allo scenario greco che costoro ci condanneranno. E aver impedito il voto e aver voluto ferreamente un governo che ubbidisse ciecamente a banche e finanza ha strette analogie con l’aver impedito in Grecia il referendum e preteso un Presidente del tutto omogeneo alla Bce. Del resto, in questi giorni tutti, anche le Vestali dell’informazione a presidio del governo Monti non possono nascondere taluni dati oggettivamente terrificanti:
1) divario impressionante tra salari e prezzi;
2) carattere recessivo della manovra;
3) impoverimento generale;
4) intollerabile tassazione su lavoratori subalterni e pensionati, cioè i soliti tassati ancora tassabili;
5) spread oltre i 500 punti.

Almeno Mario Sarcinelli (toh! un altro Mario, banchiere), sempre sul Corriere del 24 dicembre, ha usato parole di verità: “C’è stato un errore di comunicazione: rigore, equità e crescita sono concetti che non hanno la medesima priorità”. Evviva la sincerità! Equità e crescita non sono una priorità. Errore di comunicazione o inganno popolare? Allora Presidente Napolitano e Presidente Monti, se non vi sembra irrispettoso, potreste spiegare a che gioco si sta giocando? Dove state portando questo Paese, e soprattutto a chi lo state consegnando?

E allora, mi scuserà il Presidente della Repubblica, ma nel leggere la sua lunga intervista al Corriere della Sera, non riesco proprio a mandare giù la retorica dal sapore un po’ patriottard0 del 150° anniversario dell’unità d’Italia. Non vediamo nulla da festeggiare! Mi auguro, con sincerità, che nel suo tradizionale messaggio di fine d’anno ci risparmi inutile retorica e spenda qualche parola su chi versa in disperate condizioni materiali di vita.

Non c’è nessun orgoglio ritrovato con un governo costituito da un manipolo di uomini ricchi e potenti che, per quanto rispettabili, perseguono le peggiori politiche liberiste e antisociali in perfetta continuità con il passato, anzi se possibile addirittura con maggior estremismo. E’ difficile immaginare di rinsaldare il sentimento di unità quando un’intera classe politica ed economica permette che il divario tra Nord e Sud si aggravi ancora, e nessuna prospettiva di crescita se si permette ancora all’inestirpabile sovversivismo della classe dirigente italiana, da Marchionne in giù, di spolpare la carne degli strati popolari e del ceto medio.

Si smetta di mostrare accondiscendenza o indifferenza verso il capitalismo più familistico, rozzo e vorace che calchi il suolo europeo; basta prudenza verso potenti e lobby. Chi riveste o rivestirà alti incarichi istituzionali sia davvero interprete del sentimento comune degli italiani, che versano in stragrande maggioranza in difficoltà se non in stato di disperazione, e non di quella vera casta trasversale del 3% che detiene potere e ricchezza.

Cicerone, un campione del partito conservatore degli optimates, così affermava: “la concordia non ci può essere quando il denaro viene tolto agli uni e condonato agli altri, poi l’eguaglianza viene del tutto estirpata se non è consentito a ciascuno di avere il suo”. Concordia ed eguaglianza: Presidente, nei numerosi interventi ricorre tanto il primo termine mentre assai raramente abbiamo sentito pronunciare il secondo. In ogni caso ciò che sta facendo questo governo toglie speranza di concordia e di eguaglianza.