Zeljko Raznatovic noto come Arkan

E’ stato fermato a causa di una busta di cocaina che la polizia sudafricana, a Città del Capo, gli ha trovato addosso. Dobrosav Gravric, oggi 33enne, era rimasto ferito in una sparatoria, ma la sua identità è saltata fuori quando, dopo averlo accusato di possesso di droga, la polizia sudafricana ha chiesto all’Interpol di verificare le sue impronte digitali. Così si è scoperto che l’uomo, peraltro inquisito in Sudafrica anche in connessione a un omicidio legato al traffico di droga avvenuto nello scorso mese di marzo, altri non è se non l’ex poliziotto serbo, condannato a Belgrado a trent’anni di carcere per avere ucciso, il 15 gennaio del 2000 Zeljko Raznatovic, meglio conosciuto con il nome di Arkan.

Gravric e il suo complice Milan Djuricic furono arrestati nell’ottobre del 2001 e dopo un lungo processo durato cinque anni furono condannati a trent’anni di prigione. Subito dopo la sentenza, però, Gravric fece perdere le sue tracce. Secondo la polizia serba, riuscì a scappare in Bosnia e da lì, attraverso canali ancora da ricostruire, è scomparso, per riapparire, ieri, in Sudafrica, paese spesso scelto come destinazione finale da diversi veri e presunti criminali di guerra dei Balcani, non solo serbi.

Secondo la stampa di Belgrado, il governo serbo si prepara a chiedere l’estradizione di Dravic, non solo per fargli scontare la sua sentenza, ma anche per cercare di fare luce sulla rete di complicità che gli ha consentito di scappare e di riparare in Africa.

La sua vittima, Arkan, era uno dei più temuti leader paramilitari serbi durante gli anni novanta. La sua banda, “le Tigri”, si è resa responsabile di alcuni dei peggiori episodi delle guerre balcaniche e la sua parabola è diventata emblematica della deriva che la società serba aveva subito dopo il crollo della Jugoslavia.

Nato a Brezice (oggi in Slovenia) nel 1952, Arkan era figlio di un colonnello dell’esercito jugoslavo. Venne arrestato per la prima volta a diciotto anni per una rapina in un bar, ma la svolta della sua “carriera” sempre in bilico tra il crimine puro e semplice e i lavori sporchi per conto dello stato inizia quando negli anni settanta entra nel libro paga dell’Ubda, la polizia segreta jugoslava. Grazie agli appoggi nei servizi, gira l’Europa e “colpisce” in diversi paesi, tra cui Svezia, Belgio, Olanda e Italia. In Svezia fu arrestato assieme a quello che è considerato uno dei suoi più fedeli “collaboratori”, l’italiano Carlo Fabiani. In Italia passa anche da San Vittore, dove impara l’italiano e stringe legami che gli torneranno utili negli anni novanta, quando dai Balcani nel caos arrivano in Italia grosse partite di armi che finiscono nelle mani dei clan mafiosi. Da primula rossa delle rapine in Europa, torna a Belgrado negli anni ottanta e diventa, ufficialmente, il capo della sicurezza di una discoteca nonché leader degli ultrà della Stella Rossa. Proprio tra le file degli ultras, Arkan reclutò i suoi miliziani, la cui ferocia gli fece “guadagnare” sul campo un mandato di cattura da parte dell’Onu per le accuse di genocidio, pulizia etnica, crimini di guerra e crimini contro l’umanità. Dal 1991 al 1995, le Tigri – oltre 3 mila uomini al momento di massima espansione della milizia, ufficialmente chiamata Guardia volontaria serba – commisero centinaia di omicidi e parteciparono ad alcuni dei più efferati massacri, da Bjelinja a Sebrenica, da Brcko a Cerska.

La sua fama diventò leggendaria negli ambienti di tutta l’estrema destra nazionalista europea, tanto che il suo villaggio natale così come la sua tomba nel Cimitero nuovo sono ancora oggi meta di “pellegrinaggi” degli estremisti di destra di mezza Europa, Italia compresa. Il suo matrimonio con la cantante folk Svetlana Ceca – di 20 anni più giovane – creò un inedito mix culturale di nazionalismo e gangsterismo, la cui espressione musicale, il Turbofolk, è stata e in parte è ancora, la colonna sonora dell’underground criminale serbo, dove la Tigre è ancora un mito.

Gravcic lo uccise in quello che allora era l’hotel Intercontinental di Belgrado (oggi Continental) e al suo funerale partecipò una folla di oltre 20 mila persone, con tanto di onori militari presentati dai suoi ex-miliziani, smobilitati dopo la fine della guerra in Bosnia, ma presenti sia in Kosovo che nelle gang criminali serbe. In Italia la sua morte fu salutata da uno striscione rimasto famoso, «Onore alla tigre Arkan» comparso sulla curva della tifoseria laziale. Nella Lazio allora giocava Sinisa Mihajlovic, che non ha mai nascosto la sua amicizia con Arkan.

In Serbia non è mai stato fugato il sospetto che l’omicidio di Arkan – diventato ormai troppo potente e scomodo – sia stato commissionato proprio negli ambienti dei suoi ex amici dei servizi segreti che temevano le informazioni di cui la Tigre era in possesso. L’arresto e la possibile estradizione di Dravic potrebbero ora consentire di illuminare la zona grigia in cui Arkan ha costruito la sua fortuna e dove ancora si annidano i fantasmi di un passato che la Serbia cerca faticosamente di gettarsi alle spalle.

di Joseph Zarlingo