Gli immigrati clandestini o si mettono in carcere o si espellono subito. Oppure si fa all’italiana: si sbattono nei centri di identificazione ed espulsione (CIE), una sorta di via di mezzo, visto che al carcere in qualche caso ci assomigliano molto. La Corte di Giustizia Ue ha infatti recentemente sancito che la detenzione dei clandestini in attesa di espulsione è illegale. La sentenza si riferisce a un caso accaduto in Francia ma ha di riflesso ripercussioni in tutti gli Stati membri.

“Bene”, diranno le associazioni dei diritti umani, ma attenzione a cantar vittoria troppo presto. La sentenza parla di “carcere” quindi i CIE (gli ex CPT per intenderci, i centri di permanenza temporanea) restano fuori dal raggio della sentenza. Peccato che la differenza tra i carceri e alcuni di questi centri, ad esempio nel Sud Italia, non è sempre evidente. Tuttavia, sulla carta, questi centri continuano ad essere legali visto che evitano ai clandestini proprio la denigrante esperienza del carcere mentre attendono di sapere se verranno espulsi o meno.

Una sentenza, quella del 6 dicembre 2011, purtroppo calibrata solo sulla Francia, dove l’immigrato che non se ne va dopo un decreto d’espulsione, in carcere ci finisce davvero. Norme dure quelle targate Nicolas Sarkozy: pena di un anno di reclusione più ammenda di 3.750 euro al cittadino di un Paese terzo che soggiorni irregolarmente per più di tre mesi e senza essere in possesso dei documenti e dei visti richiesti. Peccato che in l’Italia, trattandosi di Cie e non di carcere, la sentenza non porta a nulla.

Anzi, a ben guardare la Corte fa addirittura un passo indietro sul cosiddetto “reato di clandestinità”. Si perché non solo la Corte non dice una parola sui centri di identificazione ed espulsione (d’altronde non su questo non è stata chiamata a pronunciarsi) ma asserisce che la direttiva Ue sui rimpatri “non vieta una normativa nazionale che qualifica il soggiorno irregolare di un cittadino extracomunitario alla stregua di reato e preveda sanzioni penali”. Insomma in parole povere sembrerebbe che se un clandestino commette un reato, compreso il fatto di entrare clandestinamente in un Paese, può essere a tutta ragione incarcerato. Altro non è che un chiaro ripensamento a quanto deliberato nell’aprile 2011, dove il reato di clandestinità voluto dall’ex ministro Bobo Maroni era stato bocciato senza appello. Questo perché secondo i giudici, a ben guardare, la normativa Ue non vieta ai Paesi membri di prevedere nel loro ordinamento sanzioni penali per chi entra clandestinamente, visto che la direttiva si limita unicamente alle decisioni di rimpatrio e alla loro esecuzione.

Ma allora questo vuol dire che se un Paese, prendiamo l’Italia, prevede che la clandestinità sia un reato e di conseguenza incarcera un clandestino, allora dopo non può più espellerlo? Su questo passo la Corte non è chiara, visto che si limita a “non ostacolare un trattenimento finalizzato ad accertare la regolarità o meno del soggiorno di un cittadino di un Paese terzo”. Tuttavia, la Corte precisa che “le autorità nazionali sono tenute ad agire diligentemente e a pronunciarsi con la massima celerità. Una volta accertata l’irregolarità del soggiorno, esse, in linea di principio, devono adottare una decisione di rimpatrio”. Come si dice, davvero una magra consolazione.

Insomma, visto il pasticcio tra norme nazionali, direttive e sentenze, per espellere un clandestino sembra proprio convenire il metodo italiano: gli si fa fare qualche mese in un centro CIE, che al carcere ci assomiglia tanto, e poi via, a casa sua.