Roma non fu fatta in un giorno e la nuova Europa non può essere ricostruita in una notte. Ma il Financial Times, allo stesso tempo voce e punto di riferimento dei famosi “mercati”, non ne vuole sapere. Dopo aver scritto, il 29 novembre, che le imprese internazionali si starebbero preparando al crash finale dell’euro, riscrivendo i business plan, e dopo aver ottenuto (da chi? Perché?) e rilanciato a più riprese, documenti confidenziali sulle negoziazioni in corso a Bruxelles, ieri il quotidiano della City londinese si è rimesso in testa l’elmetto e ha sparato a zero sui risultati del summit europeo.

In un articolo pubblicato alle otto di sera e presente oggi sulla prima pagina del quotidiano salmonato, Ft scrive checi sarebbe il rischio di un nuovo scossone nell’eurozona, con l’attacco al debito di un paese periferico nelle due settimane che precedono Natale, a maggior ragione – precisa Ft “se un’agenzia di rating offrirà una scusa per farlo”.

Il pezzo del Financial Times si offre come portavoce di non ben definiti trader” che, dopo il vertice di venerdì, si starebbero ponendo una domanda fondamentale: “L’Unione Europea ha fatto abbastanza per aiutarci ad attraversare indenni il Natale?”. La risposta, chiaramente, è no. No, perché la Ue non ha solo un problema di coordinamento delle politiche fiscali, ma anche di liquidità, le sue banche sono in difficoltà e “i trader” pensano che ci sia bisogno di una Bce più forte, che stampi moneta per diventare un prestatore di ultima istanza non solo delle banche – come accade ora – ma anche, direttamente, dei governi.

Un’ipotesi che Mario Draghi ha seccamente smentito, scatenando le ire dei “trader”. Secondo uno di loro, Jens Larsen, Chief European Strategist di Rbc Capital Markets, il niet di Draghi renderebbe “più probabile un declassamento del debito di alcuni membri dell’area euro già nei prossimi giorni, come minacciato da Standard & Poor’s. Un altro, Jonathan Loynes di London’s Capital Economics, afferma che “ulteriori svalutazioni nei debiti sovrani – dei paesi Ue – con conseguenze negative sul settore privato (il bilanci delle banche), sono ora praticamente inevitabili”.

Del resto, se Jens e Jonathan, Rebecca, Paul, Gordon e Jennifer e tutti gli altri trader finanziari la pensano così, e se le agenzie di rating sono pronte a fare da sponda ai mal di pancia delle sale trading, non c’è molto da sperare. Perché oggi, in mancanza di regole adeguate e di forti risposte politiche allo strapotere della finanza internazionale, sono proprio loro (e migliaia di altri operatori) che decidono come dovranno comportarsi i mercati e le istituzioni. Il Financial Times lo sa e da mesi si è offerto come portavoce e consigliere degli umori dei “mercati”, ben cosciente del fatto che le sue “profezie”, buona parte delle volte, si autoavverano.