Standard&Poor's

Standard&Poor’s sta complicando il lavoro dei leader europei impegnati a risolvere la crisi dei debiti, dovrebbe fare un passo indietro”. Le dichiarazioni rilasciate all’agenzia Bloomberg da Anthony Valeri, market strategist della società LPL Financial di San Diego, California, fotografano al meglio quello che da ieri sera appare come il sentimento più diffuso tra le due sponde dell’Atlantico. La principale agenzia di rating del mondo ha messo ufficialmente sotto osservazione 15 dei 17 membri dell’Eurozona per un possibile downgrade di uno o due livelli sui singoli debiti sovrani. Come a dire che se tra circa 90 giorni i dubbi degli analisti fossero confermati, l’unione monetaria potrebbe ritrovarsi priva di componenti a tripla A. un fenomeno che potrebbe avere conseguenze molto gravi sugli sviluppi della crisi continentale.

A motivare la decisione dell’agenzia, è l’ipotesi “che nelle ultime settimane le tensioni sistemiche dell’area siano aumentate a tal punto da creare pressione creditizia sull’Eurozona nel suo complesso”. Il riferimento corre alla rinnovata stretta creditizia degli istituti privati, esposti sui titoli di Stato (oltre che sui prodotti tossici americani non ancora del tutto eliminati) e sempre meno inclini a darsi fiducia a vicenda. In pratica, le banche europee preferiscono tenere i soldi al sicuro depositandoli presso la Bce piuttosto che concedere credito al settore privato, con conseguenze più che prevedibili per le già scarse prospettive di crescita in Europa. Negli ultimi giorni, l’ammontare complessivo dei depositi bancari presso l’istituto centrale europeo ha raggiunto quota 333 miliardi, appena 50 in meno rispetto al record storico registrato nel giugno 2010, quando la Grecia andò incontro alla bancarotta tecnica. Decisamente un pessimo segnale.

Eppure, nonostante tutto, la mossa di S&P’s non convince proprio. Almeno per due motivi. In primo luogo sorprende l’universalità della scelta, vale a dire il coinvolgimento di tutti i Paesi dell’area ad eccezione della Grecia, che ha ormai un rating junk, e di Cipro, già in outlook negativo. Passi la possibile revisione della Francia, contempliamo pure l’ipotesi di un downgrade tedesco. Ma che dire dell’esame cui vengono ora sottoposti Finlandia e Lussemburgo? Tanto Helsinki quanto il Granducato possono vantare il pieno rispetto dei nuovi parametri di stabilità, con debiti ampiamente inferiori al 60 per cento del Pil e un deficit sotto quota 3 per cento. Considerando inoltre l’assenza di recessione e un’inflazione sotto controllo, verrebbe da chiedersi cosa possa aver indotto l’agenzia a valutare quindi il loro possibile declassamento. Ovvero, ribaltando il concetto, quali requisiti debba avere mai un Paese per potersi dire pienamente affidabile.

A stupire, in secondo luogo, è l’incredibile tempismo della decisione, giunta alla vigilia del fondamentale vertice europeo di giovedì e venerdì. E’ vero, l’incontro tra Angela Merkel e Nicolas Sarkozy, con la convergenza di Parigi sulle posizioni di Berlino, ha probabilmente chiuso definitivamente la partita sugli eurobond. Ma ciò non toglie che gli stessi osservatori dell’agenzia avrebbero potuto attendere qualche giorno per valutare l’esito del summit europeo traendone poi le conclusioni del caso. Insomma, al netto di qualsiasi cedimento al complottismo, è comunque inutile negare l’esistenza di un profondo fastidio nel Vecchio Continente di fronte al sospetto che l’agenzia stia facendo un po’ troppo il gioco di un mercato – e quindi anche dei suoi stessi azionisti tra cui Mc Graw Hill, Capital World Investors, State Street, Vanguard e BlackRock – che non ha probabilmente intenzione di smettere di guardare all’Europa puntando al ribasso.

Interessato o meno, è certo comunque che un eventuale giudizio negativo dell’agenzia produrrebbe un effetto notevole sul fronte obbligazionario. Se, nell’ipotesi peggiore, tutti i Paesi perdessero la tripla A, il contraccolpo si abbatterebbe su un mercato dei titoli sovrani da oltre 8.000 miliardi di euro. A patire sarebbero le finanze pubbliche dei singoli Paesi ma anche il famoso fondo salva Stati (Efsf). I sei Paesi con il rating più elevato – Austria, Germania, Francia, Olanda, Lussemburgo e Finlandia – contribuiscono da soli al 58 per cento del capitale, qui 440 miliardi di euro che dovrebbero essere moltiplicati attraverso l’emissione di obbligazioni ad hoc. Il problema è che i costi di finanziamento del fondo, ovvero gli interessi sui titoli in emissione, sono in costante aumento. Dall’inizio dell’anno, lo spread tra i rendimenti accordati sui titoli a cinque anni dell’Efsf fondo e gli equivalenti tedeschi è passato da circa 50 a 177 punti base. Inutile dire che un abbassamento del rating anche solo su un singolo Paese chiave avrebbe un effetto immediato sulla crescita del differenziale.