Finirà che il Pdl voterà i “sacrifici” del governo Monti, ma solo dopo aver proclamato ai quattro venti quanto segue: l’abbiamo fatto per senso di responsabilità verso il Paese, però sia ben chiaro che il governo Berlusconi non ha messo le mani nelle tasche degli italiani e proprio per questo l’hanno fatto fuori con un colpo di mano. Poi (con la supervisione del famoso venditore di patacche) la lunga campagna elettorale di Alfano & soci suonerà la grancassa contro la moneta unica: tutta colpa dell’euro, imposto da Prodi in combutta coi comunisti, se i prezzi di colpo raddoppiarono lasciandoci più poveri; meglio ritornare alla vecchia, cara lira. Dopodiché, senza più la zavorra mortale dell’ex Caimano e con i sondaggi di nuovo in salita, il Pdl cambierà di nuovo nome contando sulla proverbiale smemoratezza italica. Bel colpo.

Finirà che il Pd voterà tutto, anche le lacrime e sangue del governo Monti se necessario. Lo farà per autentico senso di responsabilità nazionale e perché glielo chiederà Napolitano. E così Bersani, che aveva in tasca il biglietto vincente della lotteria, dopo aver rinunciato alle elezioni col Pd favorito e dopo aver rinunciato a essere il candidato premier (e forse anche il premier), sarà costretto a far digerire al suo elettorato e alla Cgil la stretta sulle pensioni e sul mercato del lavoro. E così, forse, i sondaggi sorrideranno di meno, anche perché i Democratici dovranno guardarsi dagli attacchi di Vendola e Di Pietro, liberi di fare opposizione a piacimento.

Finirà che Casini, col Terzo polo, giocherà al gioco preferito nella Prima Repubblica: la politica dei due forni. Dialogherà a lungo con il Pd, ma se il Pdl dovesse mollare la Lega (o essere mollato), chi può escludere un ritorno ai tristi amori con una nuova maggioranza in Parlamento? Alfano a Palazzo Chigi e Casini al Quirinale: è solo un incubo?

Finirà che Monti farà certamente il possibile per salvarci dal default e restituire un futuro all’Italia. Ma non potrà fare certamente l’impossibile per impedire che, dietro il paravento dell’unità nazionale, le forze dell’inciucio si accordino su quelle nomine che perfino a B. non sarebbero state concesse. Per esempio, l’avvocato di Schifani all’Antitrust. E certi sottosegretari in conflitto di interessi fino al collo. O siamo troppo pessimisti?

Il Fatto Quotidiano, 29 novembre 2011