“Avevo vent’anni quando tornai a casa portando con me i cadaveri di quelli che erano morti in montagna. Sono cose che ti cambiano profondamente”. Annita Malavasi si è spenta ieri notte all’Ospedale Santa Maria Nuova di Reggio Emilia, all’età di novant’anni. Ma chi la conosceva preferiva chiamarla col suo nome di battaglia, comandante partigiano Laila. Un nome che negli anni ha continuato a seguirla in ogni sua campagna, come consigliere comunale di Reggio, come segretaria dell’Anpi, come donna che nella sua vita si è sempre battuta per la tutela dei diritti e per la parità tra i sessi.

Annita Malavasi nacque nel 1921 a Quattro Castella e conobbe il fascismo sin da bambina, a scuola, tra gli amici. Nel 1943 si unì alla Resistenza prima come staffetta, trasportando armi dalla città alla montagna, poi come membro della 144° Brigata Garibaldi “Antonio Gramsci”, fino ad assumere il comando di un intero distaccamento. Le sue azioni come partigiana, come era solita raccontare Laila, influenzarono molto la sua attività politica e la sua percezione della condizione femminile. Aver conosciuto la libertà di prendere decisioni autonomamente la indusse infatti a combattere affinché fossero riconosciuti i diritti fondamentali a tutti i lavoratori e in particolare alle donne, che nel dopoguerra erano ancora fortemente discriminate.

“L’esperienza della Resistenza è stata un momento di grossa presa di coscienza della condizione della donna” scriveva Laila nel suo racconto Storia di una donna nel 900. La fatica della libertà “un po’ per le mie origini, un po’ a causa della lotte di Liberazione. Quando sono tornata non era più la stessa cosa. In montagna ero considerata alla pari dell’uomo e, se fai le stesse cose dell’uomo, vieni valutata per quello che vali e non perché porti i pantaloni o la gonna. A un determinato momento poi mi hanno chiesto di assumere il comando… Finalmente potevo esprimere fino in fondo le mie capacità, avere sì amarezze e soddisfazioni, ma che erano mie e non date dagli altri”.

Indipendente, coraggiosa, determinata. Così viene ricordata oggi la partigiana Laila, una delle pochissime donne a cui venne assegnato il comando di un distaccamento. Le sue imprese, su in montagna, sono ricordate anno dopo anno dall’Anpi, durante le commemorazioni, nelle scuole “perché i ragazzi non dimentichino un capitolo così sanguinoso della storia italiana”.

Dopo la liberazione il partigiano Laila venne smobilitato con il grado di sergente maggiore. “Come sono entrata in casa, dopo aver abbandonato la montagna, ho sentito una grande tristezza per un mondo dove avevo vissuto un momento molto importante della mia esistenza. Un mondo dove avevo lasciato degli amici carissimi che hanno dato tanto per me e che sono morti; amici che avevano un ideale e che mi parlavano di questo ideale come se fosse l’apertura di una vita migliore, cioè la grande speranza di migliorare la propria esistenza, di vivere serenamente. Perché non chiedevano poi tanto: si chiedeva di lavorare, di poter formare la famiglia e di vivere serenamente. Di avere la possibilità di essere liberi e di poter esprimere il proprio parere”

Nel dopoguerra Laila entrò nel partito comunista e nella Cgil, come segretaria del settore tessile e abbigliamento, dove si impegnò attivamente nella ricostruzione del sindacato. Per dieci anni, dal 1960 al 1970, fu eletta consigliere comunale del Comune di Reggio Emilia, fu componente della Segreteria Provinciale e del Consiglio nazionale dell’Anpi, poi nel Coordinamento femminile dell’Anpi stessa, contribuendo alla costruzione e diffusione dei Gruppi di difesa della donna.

Una vita piena e intensa quella di Annita Malavasi, che nel suo racconto – autobiografia conclude la narrazione con un ultimo moto d’orgoglio “… La responsabilità è mia e nessuno mi ha imposto niente, le scelte le ho fatte io e questo mi ha dato una certa serenità”.