Il concetto sembra ormai chiaro. Fino a quando i capi di governo delle principali economie di eurolandia non troveranno un accordo definitivo sui grandi nodi della crisi, l’instabilità finanziaria continuerà a dettare legge. Lo si era temuto ieri nelle ore successive al vertice trilaterale Merkel-Monti-Sarkozy. Se ne è avuta la definitiva certezza oggi, dopo l’esito negativo dell’ultima asta italiana. Perché i mercati, si sa, non possono dire di avere sempre ragione. Ma di certo, in situazioni come queste, sanno essere decisamente spietati. E alla fine, purtroppo, conta sempre e solo questo.

I risultati odierni dell’asta italiana sui titoli pubblici parlano da soli. Il Tesoro ha collocato sul mercato 8 miliardi di euro di titoli a sei mesi accordando un rendimento complessivo del 6,504%, in pratica 300 punti base in più rispetto al rendimento registrato il 26 ottobre scorso quando l’interesse si attestava al 3,535%. Come se non bastasse la domanda è addirittura diminuita: il bid-to-cover, ovvero il rapporto tra la richiesta e l’offerta, si è fermato oggi a 1,47 contro l’1,567 della volta scorsa. Male anche il collocamento dei Ctz biennali (per complessivi 2 miliardi), realizzato ad un tasso del 7,814% ben superiore, quindi, a quello del mese passato (4,628%). Un po’ meglio, ma non proprio eccellente, il rapporto domanda/offerta, collocatosi a quota 1,594. Inutile dire che si tratta di un nuovo aggiornamento dei primati negativi del decennio dell’euro.

I costi di rifinanziamento del debito italiano, insomma, continuano a salire. E il loro impatto sui conti pubblici rischia di essere dirompente. A fare un calcolo ci ha pensato oggi Il Sole 24 Ore, analizzando il sempre più impietoso confronto tra Italia e Germania. A livello di asta, segnala il quotidiano della Confindustria, lo Stato italiano accorda da 500 a 700 punti base in più rispetto agli interessi offerti da Berlino. Nel settore bancario, le emissioni obbligazionarie degli istituti italiani (esposti proprio ai titoli sovrani della Penisola) costano circa il 2,5% in più rispetto a quelle delle colleghe tedesche. Per le imprese private il divario sale a 450 punti base. Il problema, sottolinea ancora il Sole, è che l’ammontare totale delle emissioni di titoli di Stato italiani in programma il prossimo anno si attesta a quota 440 miliardi, cui vanno aggiunti i 111 miliardi di bond collocati dalle banche. Se i tassi dovessero mantenersi costanti, rileva il quotidiano, il sistema Italia dovrà farsi carico nel 2012 di 30 miliardi di interessi aggiuntivi rispetto alla Germania. Il che significa probabile aumento dell’austerity e altrettanto probabile giro di vite sui crediti alle imprese. Tradotto, l’ennesimo freno alla crescita.

Le difficoltà dell’Italia, ovviamente, non rappresentano un caso isolato. Tralasciando le tre nazioni che versano nelle pegiori condizioni – ovvero Grecia, Irlanda e Portogallo, le uniche che abbiano già ricevuto un finanziamento esterno da parte di Ue e Fmi – l’impennata dei costi sul debito caratterizza ormai un po’ tutti. Lo spread tra i decennali francesi e i bund è quasi triplicato nel corso degli ultimi 4 mesi. Tre giorni fa, Madrid ha emesso obbligazioni a tre mesi accordando un interesse del 5,11%, un premio maggiore rispetto a quello garantito dai trimestrali greci. Quanto all’ultima asta tedesca meglio stendere un velo pietoso, visto che il 35% dei titoli offerti è rimasto nelle casse di Berlino.

I riflessi più evidenti, ad oggi, si manifestano nelle operazioni di finanziamento del fondo salva Stati, quello European Financial Stability Fund (Efsf) che dovrebbe quadruplicare la propria liquidità attraverso il ricorso alla leva. L’Efsf continua ad emettere le sue obbligazioni solo che, si è scoperto da un po’, lo fa a costi sempre maggiori. Lo spread tra i rendimenti accordati sui titoli a cinque anni del fondo e gli equivalenti tedeschi è più che triplicato nel corso del 2011 (dai circa 50 punti base di fine gennaio ai 177 di inizio novembre) evidenziando come le difficoltà si siano ormai ribaltate su tutto il Continente. Come a dire che la solidità dei contribuenti a tripla A (Germania, Francia, Austria, Finlandia, Lussemburgo e Olanda) non basta più a bilanciare pienamente i problemi delle periferie. Per lo meno in assenza di eurobond e di nuovi margini di manovra della Bce. Ma queste, si sa, sono questioni ancora irrisolte.