Il “sistema San Raffaele”, che ha portato l’ospedale di don Luigi Verzè a un buco di oltre un miliardo e mezzo di euro, è fatto di un fiume di soldi scomparsi dalle casse. Che strade hanno preso quei soldi? Stipati in contanti dentro grosse buste, consegnate al vicepresidente del San Raffaele, lo scomparso Mario Cal, dai fornitori dell’ospedale, che restituivano così una parte dei pagamenti gonfiati per i loro lavori o servizi. Spariti in conti esteri, gestiti dal faccendiere di area Comunione e liberazione Piero Daccò, fermato il 15 novembre, con l’accusa di concorso in bancarotta aggravata.

Tutto costava più caro, al San Raffaele. Le fatture erano gonfiate del doppio, del triplo e più, rispetto ai costi mercato. Una parte del sovrappiù incassato dai fornitori (come i costruttori Zammarchi, o le società Progetti, Dec e Bergamelli) veniva restituito agli uomini di vertice del San Raffaele e inghiottito dalla cassaforte di Cal.

Chi godeva di quel denaro? Finiva anche a politici? Questa è la domanda a cui i pm di Milano Luigi Orsi, Laura Pedio, Gaetano Ruta, coordinati dal procuratore aggiunto, Francesco Greco, insieme alla polizia giudiziaria della Guardia di finanza e della Polizia di Stato, stanno cercando di rispondere. Intanto è già chiaro chi fossero i politici vicini al San Raffaele. Lo racconta la segretaria di Cal, Stefania Galli, nell’interrogatorio del 3 settembre 2011: “Daccò ha usato l’aereo del San Raffaele anche a spese del San Raffaele stesso. Ciò è avvenuto di recente in un viaggio in Brasile a cui hanno preso parte anche il dottor Cal (…) e Antonio Simone. Questo, ex assessore alla sanità della Regione Lombardia, è molto legato a Daccò. Relativamente a questo viaggio in Brasile, Antonio Simone e Daccò accompagnarono Cal al fine di vedere le Fazende della Vds e combinare un incontro con rappresentanti di Comunione e liberazione per valutare la possibile vendita delle attività in argomento. (…) Ricordo che una volta mi fu chiesto dal dottor Cal di prenotare un volo per San Marteen a bordo del quale ci sarebbero stati Daccò e Formigoni oltre ad altri passeggeri di cui non ho avuto contezza dell’identità”.

Comunione e liberazione, l’ex assessore Antonio Simone, Roberto Formigoni in persona: questo è il mondo di rapporti in cui si muovevano i vertici del San Raffaele, che proprio dalla Regione presieduta da Formigoni ricevevano i finanziamenti per l’attività sanitaria. Questi poi servivano a pagare i fornitori.

Dopo la scomparsa del vicepresidente Mario Cal, suicidatosi il 18 luglio 2011, a raccontare una parte del “sistema San Raffaele” sono alcuni collaboratori e dipendenti della struttura di don Verzè. Il più alto in grado è Mario Valsecchi, fino alla scorsa estate direttore amministrativo dell’ospedale, cioè numero tre dell’organigramma, dopo don Verzè e Mario Cal. Anche lui fa riferimento a rapporti con politici. Dichiara a verbale Valsecchi (ora accusato di false fatturazioni e concorso in bancarotta): “Era circostanza nota che all’interno dell’ospedale venivano pagate fatture in eccesso. Ne ho parlato con Cal e con Donati”. Danilo Donati è l’ex responsabile della Sicurezza e uomo di fiducia di don Verzè.

Valsecchi racconta di aver assistito personalmente alla consegna di denaro, in una busta, dall’imprenditore Pierino Zammarchi a Cal, nel suo ufficio. Fu lo stesso Cal a spiegargli che era destinato a Daccò. “Ero a conoscenza”, risponde ai pm, “del fatto che Daccò fosse il principale tramite tra Cal e i politici e i funzionari pubblici, nello specifico quelli della Regione Lombardia. Tant’è che quando Zammarchi ha consegnato questo denaro contante a Cal, mi ha riferito che il destinatario della somma era Daccò”. Perché quei soldi finivano a Daccò?, chiedono i pubblici ministeri. E qui, sul più bello, i magistrati piazzano un omissis.

Stefania Galli, la segretaria di Cal, parla anche degli imprenditori: “Ha riferito”, scrive il gip Vincenzo Tutinelli nell’ordinanza in cui convalida il fermo di Daccò, “che i fornitori che frequentavano con maggiore assiduità l’ufficio di Cal erano la famiglia Zammarchi, nella persona di Pierino (per la società Diodoro srl) e Gianluca (per la società Metodo), unitamente al suo socio Andrea Bezziccheri (…) con il quale Cal aveva un rapporto di frequentazione che si estendeva anche al di fuori dell’attività lavorativa. Questi erano gli unici che, a differenza di tutti gli altri fornitori, adottavano ‘un’anomala procedura’ per la liquidazione delle fatture che di volta in volta emettevano nei confronti delle varie società del Gruppo San Raffaele. (…). Infatti con una frequenza di almeno una volta ogni tre setttimane, dapprima si recavano personalmente da Valsecchi, per raccoglierne la firma autorizzativa, e subito dopo, direttamente da Cal il quale autorizzava il pagamento”.

Il gip Tutinelli così ricostruisce il racconto della segretaria di Cal: “La Galli ha riferito che fin dall’anno 2005, Pierino Zammarchi provvedeva a portare buste contenenti denaro contante con una frequenza di una o più volte al mese (…). Si tratta di buste dell’altezza di 3-4 centimetri che contenevano banconote in tagli da 500 euro che generalmente venivano consegnate personalmente a Cal e, in alcune occasioni, anche alla stessa Galli. Successivamente, invece, Mario Cal diede l’incarico a Mario Valsecchi, suo uomo di fiducia e, dunque, a conoscenza dell’illecita procedura di consegna del denaro, per il ritiro delle buste. Una volta avvenuta la consegna, Cal provvedeva, anche in presenza della Galli, a verificarne il contenuto, dopo di che consegnava il denaro a quest’ultima che, a sua volta, lo riponeva nella cassaforte situata all’interno dell’ufficio della vicepresidenza. La certezza, da parte della Galli, sul contenuto delle buste deriva anche dal fatto che in alcune occasioni, su incarico di Cal, ha provveduto a prelevare dalle stesse buste denaro per importi nell’ordine di qualche migliaio di euro”.

È la stessa segretaria a raccontare ai magistrati che, dopo una perquisizione al San Raffaele per un’altra indagine, quella sulla clinica del sonno, le buste venivano conservate non più nell’ufficio di Cal, ma nella cassaforte dell’albergo Rafael, adiacente all’ospedale.

C’era il denaro nelle buste. Ma anche i bonifici bancari. Non più nella società ‘Diodoro’ di Pierino Zammarchi, imputato e poi assolto in un processo per mafia, ma nella ‘Metodo’ del figlio Gianluca e del suo socio Bezziccheri. Almeno, così racconta la segretaria di Cal: “So che con la società Metodo avvenivano dei bonifici direttti per Daccò. Non so se i bonifici fossero fatti direttamente dalla società Metodo o dai suoi titolari a Daccò direttamenete. Di sicuro, non vi era più, come per la Diodoro, l’intermediazione fisica di Mario Cal, o di Valsecchi. Mi chiedete perché parlo di bonifici, perché in almeno due occasioni ho personalmente assistito a colloqui tra Cal e Gianluca Zammarchi con Bezziccheri nei quali questi ultimi hanno riferito a Cal che ‘ il bonifico per quello là’ era andato a buon fine , intendendo come destinatario Daccò. Sempre in merito ai rapporti tra Metodo e Daccò, ho già riferito di incontri che avvenivano in orari anomali presso l’ hotel Rafael a seguito dei quali Zammarchi e Bezziccheri si recavano da Cal per riferirgli che si erano visti con Daccò”.

Nell’interrogatorio del 18 novembre 2011, Daccò ha riconosciuto di aver ricevuto soldi da Cal. Ma sostiene che fossero la restituzione di un prestito. Sintetizza il gip: “Ha ammesso di avere ricevuto i pagamenti contestati. Ha però affermato che la vicenda non è stata ricostruita correttamente. Che Mario Cal gli aveva chiesto – nella seconda metà del 2006 – in prestito delle somme in contanti ‘per far girare la baracca’; di essere stato disposto a versare tali soldi in contanti allo stesso Cal per migliorare i rapporti col San Raffaele e di avere consegnato tali somme in Svizzera; di avere prelevato tali somme dai propri conti o tramite spalloni provenienti dal Sud America (dove le sue attività gli garantiscono – a suo dire – un costante flusso di pagamenti in contanti e in nero che agevolmente possono essere riutilizzate) e di averle consegnate davanti alla stazione di Lugano in Svizzera; di avere ricevuto indietro tali somme – senza interesse alcuno – talvolta dopo pochi giorni e talvolta (una) a distanza di un anno; che – effettivamente – parte dei pagamenti esposti dalla Fondazione San Raffaele o da società ad essa riconducibili erano non dovute (…) ma erano la restituzione del contante versato in nero a Mario Cal”.

Per il giudice Tutinelli il comportamento di Daccò è “doloso” e la versione che fornisce durante l’interrogatorio è “parziale e capziosa”. Convalida dunque il fermo perché c’è pericolo di reiterazione del reato. Non solo: visto il viaggio che aveva in programmazione in Israele, viste le numerose società all’estero, “sembra possibile affermare la reale ed effettiva preparazione della fuga”.

Il gip respinge anche l’ipotesi della difesa, secondo la quale i pm non potevano contestare il reato di bancarotta, perché la fondazione San Raffaele è stata ammessa al concordato preventivo. Secondo Tutinelli, invece, potevano perché i pm avevano presentato istanza di fallimento. Comunque, rileva il gip, “la condotta (di Daccò, ndr) sarebbe allo stesso modo punibile a titolo di riciclaggio”.

Il difensore dell’uomo d’affari, Gian Piero Biancolella, protesta contro la decisione del gip: “È la prima volta dopo sei anni dall’entrata in vigore della riforma del concordato preventivo che viene ipotizzato che in caso di ammissione al concordato possano essere applicati i reati (la bancarotta) previsti dalle legge fallimentare. Poiché la motivazione adottata dal gip non è assolutamente soddisfacente, impugnerò il provvedimento ‘per saltum’, direttamente dinanzi alla corte di Cassazione che è il giudice deputato a giudicare se sia stata o meno correttamente applicata una norma di legge, in questo caso la legge fallimentare. Nessun giudice si è mai pronunciato sul punto, dall’entrata in vigore della riforma sul concordato preventivo”. L’avvocato Biancolella farà ricorso anche contro la decisione del gip di far restare in carcere Daccò: “Rimetterò davanti alla Corte di cassazione anche la valutazione se le motivazioni adottate dal gip per ritenere un presunto pericolo di fuga siano legittime, posto che la posizione di un cittadino che risiede e opera all’estero è certamente differente da quella di chi vive e risiede in Italia e in coincidenza con un procedimento penale voglia allontanarsi dal Paese. Daccò infatti risiede all’estero dal 1997 e ha regolarmente notificato alle autorità italiane gli indirizzi dove risiede all’estero”.

di Gianni Barbacetto e Antonella Mascali