Un'immagine 'storica' di Silvio Berlusconi

“Se fossi a Roma non avrei dubbi, voterei Fini”. Comincia così l’avventura politica di Silvio Berlusconi, il 23 novembre 1993, all’inaugurazione del centro commerciale Euromercato di Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna. Le voci sulla ‘discesa in campo’ c’erano già, ma questa è la prima dichiarazione politica di peso. Gianfranco Fini è il segretario del movimento sociale italiano e si candida a sindaco di Roma contro Francesco Rutelli (che vincerà). La scelta di campo è netta perché Alleanza nazionale non è ancora nata e nelle macerie politiche del post Tangentopoli il Cavaliere si schiera con l’esponente neofascista, convinto che intorno a lui si raggruppi “quell’area moderata che si è unita e può garantire un futuro al Paese”. Insieme faranno tanta strada. Berlusconi ‘sdogana’ Fini nell’arco costituzionale, An diventerà un alleato chiave di Forza Italia. Seguiranno periodiche crisi, fino alla ‘fusione fredda’ dei due partiti nel Pdl, poi la rottura definitiva nell’aprile 2010 (il celebre “Che fai, mi cacci?”) e la nascita di Fli, oggi in prima fila nell’affossare il presidente del Consiglio. E, forse, a porre fine alla sua parabola politica.

DISCESA IN CAMPO E VITTORIA TRADITA.

La discesa in campo, quella vera, arriva il 26 gennaio 1994, tramite videocassetta accuratamente confezionata che da Arcore è recapitata a tutti telegiornali. Cosa che è salutata come segno di modernità rispetto alla Prima Repubblica (non è passato molto tempo dai governi guidati dagli Andreotti e dai Fanfani), con tanto di calza sulla telecamera per addolcire l’immagine. Ma la videocassetta anticipa anche lo stile che il Cavaliere avrebbe adottato in politica: stare il più lontano possibile dalle domande dei giornalisti. Così in prima serata e a reti unificate è servito un salmo rassicurante: “L’Italia è il paese che amo…”. L’ingresso in politica è motivato dalla necessità di salvare il paese dal “governo delle sinistre e dei comunisti”. Il costruttore di Milano 2, il padrone della Fininvest, l’uomo che aveva inventato la tv commerciale in Italia si candida a governare il Paese.

Berlusconi sfonda, e alle elezioni di quella primavera sconfigge la “gioiosa macchina da guerra” capitanata da Achille Occhetto, l’uomo che ha appena mandato in soffitta il Partito comunista italiano l’ha sostituito con il Partito democratico della sinistra. L’imprenditore milanese ha in dote buona parte degli elettori della Dc e del Psi, oltre alla fondamentale alleanza con la Lega Nord, con gli ex missini, con il Ccd di Pierferdinando Casini. Indubbiamente, però, pesa il fascino dell’imprenditore che si è fatto da solo, che ha creato ricchezza e posti di lavoro, che promette la “rivoluzione liberale”, che sa comunicare e usare le televisioni (le proprie, e non solo). L’evidente conflitto d’interessi tra il politico e il monopolista della tv non scalda eccessivamente gli animi.

Sette mesi dura il primo governo Berlusconi. Tra i ministri si ricordano Cesare Previti (alla Difesa) e Giuliano Ferrara (Rapporti con il parlamento). La prima rottura con la Lega di Bossi avviene con il cosiddetto ‘decreto salvaladri’ architettato per far uscire dal carcere molti detenuti dell’inchiesta Mani pulite. Il ministro dell’Interno Roberto Maroni (il primo non democristiano del Dopoguerra) dirà di essere stato “ingannato”: gli hanno fatto leggere “un decreto diverso” . Il 22 novembre, il presidente Berlusconi è impegnato a Napoli in un vertice internazionale sulla criminalità organizzata. Lì lo raggiunge un invito a comparire, nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Milano per tangenti pagate dalla Finivest alla Guardia di Finanza, per ammorbidire gli accertamenti fiscali. Le mazzette sono state effettivamente versate, come dimostrano le condanne in cassazione per alcuni dirigenti Fininvest, ma Berlusconi alla fine ne uscirà assolto. Quel 22 novembre segna il simbolico inizio di un’altra battaglia che segnerà il ventennio berlusconiano: l’aspra lotta contro la magistratura “politicizzata”, le “toghe rosse”, i giudici “antropologicamente diversi dalla razza umana”, “cancro da estirpare”, e persino dediti al “turismo sessuale”.

Il 21 dicembre 1994 Bossi molla Berlusconi. Per anni il centrodestra attribuirà all’invito a comparire di Napoli il crollo di quel governo, ma per la verità la mozione declamata da Umberto Bossi in aula non ne fa cenno, mentre è densa di proclami antifascisti. La prima esperienza a Palazzo Chigi termina con pochi risultati e molto livore. Berlusconi e Fini giurano solennemente che con Bossi non vogliono avere più nulla a che fare: “Neppure un caffè” (Fini) con quel “dissociato mentale” (Berlusconi). Bossi, dal canto suo, fa partire la micidiale campagna su Berlusconi “mafioso di Arcore“.

Per colui che è ‘unto del signore’ comincia la “traversata del deserto”. L”uomo del fare’ è confinato all’opposizione, prima di un governo tecnico capitanato da Lamberto Dini, poi del governo Prodi, con l’Ulivo uscito vittorioso dalle elezioni del 1996. E’ opinione comune che in quegli anni il centrosinistra si sia giocato tutto, e se lo sia giocato molto male. Un Berlusconi debole e demoralizzato viene resuscitato dalla Commissione Bicamerale voluta da Massimo D’Alema, che dovrebbe fare storiche riforme istituzionali e non porterà a nulla, se non a nuove leggi di procedura penale gradite a Berlusconi e a tanti altri imputati di Tangentopoli. Nel frattempo, dopo appena due anni di governo, Rifondazione comunista guidata da Fausto Bertinotti toglie la fiducia a Romano Prodi, che si dimette. Negli anni successivi, il centrosinistra si avvita in una serie di fallimenti con quattro governi in cinque anni: un Prodi, due D’Alema, un Giuliano Amato. Le regionali del 2000 si risolvono con una generale sconfitta dell’Ulivo (che porterà alle dimissioni del D’Alema due). L’aria è cambiata e Berlusconi capisce di potercela fare di nuovo. Anni di insulti e recriminazioni con Bossi vengono spazzati via, querele miliardarie comprese. In vista della concreta possibilità di vittoria, la vecchia alleanza del 1994 si rinsalda nella Casa delle Libertà. Quella del 2001 è la celebre campagna elettorale dove debuttano i manifesti 6 metri per tre, con il faccione del Cavaliere, il cielo azzurro e slogan di grande fortuna, a partire da “Meno tasse per tutti”. Altro momento topico, la firma del ‘contratto con gli italiani’ davanti a un ossequioso Bruno Vespa, a Porta a Porta.

Il candidato del centrosinitra Francesco Rutelli è sconfitto senza appello. Non mutano il sentimento degli elettori i mille sospetti accumulati sulla biografia del cavaliere, dai rapporti accertati con Cosa nostra all’origine misteriosa dei primi finanziamenti, al pagamento di tangenti, ai tanti collaboratori finiti in pesanti guai giudiziari, tra i queli i più stretti, Marcello Dell’Utri e Cesare Previti. Succede il finimondo quando questi temi, fino ad allora confinati in libri e testate “di sinistra”, approdano in televisione in prima serata, grazie al comico Daniele Luttazzi che invita a Satyricon, su Raidue, Marco Travaglio, autore con Elio Veltri del libro L’Odore dei soldi. Anche se Berlusconi affermerà in seguito di avere perso “due milioni di voti” per quella trasmissione, le elezioni del 2001 sono l’ulteriore conferma che la questione morale fa poca presa sull’elettorato, ben più allettato da promesse di alleggerimenti fiscali e di un’attività economica più libera. Di fatto, però, i pochi liberali presenti nella Cdl vengono emarginati per far spazio a componenti con ben altre radici culturali, dagli ex democristiani a Comunione e Liberazione, dagli ex fascisti ai leghisti che rispolverano il protezionismo.