Non c’è anima viva, nel giro che conta mediaticamente, che non stia santificando il professor Mario Monti. Dopo la mossa del presidente della Repubblica, del resto, che lo ha nominato senatore a vita nel bel mezzo della crisi dello “spread”, il gioco è scontato. Bella forzatura, quella del Quirinale che, di fatto, si è assunto il compito di commissariare la politica italiana per conto dell’Unione europea.

Sia chiaro, conoscendo la biografia di Napolitano, l’atteggiamento di tutela dell’Italia rispetto alla moneta unica, alla Banca centrale e ai governi alleati, è del tutto scontato. Così come è difficile provare a difendere l’attuale “politica” italiana visto lo spettacolo pietoso offerto da circa venti anni a questa parte. La “crisi dello spread”, in effetti, va ricordata come la crisi di un’intera classe politica che, per comodità, possiamo riassumere in quel deputato un po’ isterico che si rifugia dentro una camionetta dei carabinieri. Peccato che a inseguirlo non fosse una massa di lavoratori, precari e disoccupati ma solo dei giornalisti desiderosi di porre qualche domanda.

In ogni caso, da parte di Napolitano, e quindi dell’Ue, a cominciare da Mario Draghi, si è proceduto a una forma originale di “governo del presidente” che opera forzature sulla Costituzione, sicuramente non formali ma evidenti sul piano politico. Mario Monti è di fatto già nominato nuovo presidente del Consiglio, senza essere passati per nessun atto formale. E le forze politiche sono oggi costrette a subirlo sull’onda di un panico generalizzato. In larga parte provocato dai loro comportamenti.

Con la nomina a senatore a vita, il presidente della Repubblica ha dunque impresso una svolta e il proprio sigillo alla situazione e conferito a Monti uno status che in pochi possono vantare: quello del salvatore della Patria. Solo Napolitano e, forse, Mario Draghi oggi possono essere etichettati in questo modo. Come si fa a mettersi contro, quindi? E in nome di che?

Certamente non in nome delle attuali forze politiche che offrono uno spettacolo rabberciato e privo di sostanza. Basta guardare i “confronti” in qualsiasi show televisivo per rendersene conto. Nemmeno in nome del “bel tempo che fu” perché la fine di Berlusconi è così salutare e doverosa che l’istinto spinge ad accettare qualsiasi soluzione sostitutiva.

L’unica obiezione che si può porre è quindi squisitamente politica. La nomina di Mario Monti afferma una scelta sul piano economico che, molto probabilmente, coinciderà con i programmi dei cosiddetti “poteri forti”, cioè le banche, le industrie, quel che resta della borghesia italiana, che, in parte, è sintetizzato nei cinque punti programmatici di Confindustria (pensioni, privatizzazioni, liberalizzazioni, riduzione tasse, infrastrutture). Solo che quei poteri sono, a nostro giudizio, gli stessi responsabili della crisi.

Su questo punto parliamoci chiaro: Berlusconi ha la sua bella dose di responsabilità, la credibilità del Paese è scivolata sotto zero e la politica economica di Tremonti si è rivelata pari alla qualità politica dei “berluscones”, cioè pattumiera. Ma la crisi economica e quanto sta accadendo oggi in Europa va al di là del fondatore di Forza Italia se è vero che lo “spread” franco-tedesco ha toccato il suo massimo storico o se il Commissario Ue Ollii Rehn ha dichiarato di fatto che l’Europa è a rischio recessione.

La crisi nasce nelle banche, nei meccanismi del liberismo incontrollato, nella difficoltà dell’economia globale a trovare sbocchi (sovrapproduzione) e quindi andrebbe affrontata a partire da quel fallimento. I “padri” dell’Unione, di questa Unione che impedisce alla Bce di intervenire sui singoli Stati, che ha una moneta unica ma non un governo eletto democraticamente, che adotta pesi e misure diverse, davvero non hanno nulla da rimproverarsi? Mario Monti, commissario integerrimo che vietava qualsiasi aiuto di Stato ma che non toccava la politica delle grandi banche o la deregulation del sistema finanziario, è davvero l’uomo giusto? E dalla crisi, si può uscire con ulteriori sacrifici dopo che il welfare, i salari, le pensioni fanno sacrifici da più di vent’anni? A noi pare di no.

E dunque la risposta al momento attuale non può che venire da elezioni immediate e da un confronto sulla politica e sui programmi che provi a far tesoro di quanto accaduto negli ultimi quattro anni, da quando i subprime hanno spazzato via le antiche certezze. La fine di Berlusconi, a meno di colpi di coda dell’uomo, avrebbe dovuto portare questo in dote, poter tornare a parlare di cose serie e di prospettive in un paese che appare stremato. Stringersi attorno al “padre della Patria” – al netto della qualità del probabile governo che, se i nomi che circolano fossero confermati (Amato, Frattini, Lella, Nitto Palma, Bini Smaghi) sarebbe una schifezza – non è una buona uscita dal ventennio che è alle nostre spalle.